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Roma, 16 mag – Per una multinazionale come ArcelorMittal è vitale essere al passo con i tempi. Forse però l’altro ieri il management si è fatto prendere la mano. Il colosso franco-indiano ha deciso di mettere in cassa integrazione circa mille persone. E fin qui nessuna novità: ormai siamo abituati. Stavolta però è il metodo a lasciarci stupiti.

La maggior parte dei dipendenti ha ricevuto la comunicazione di cassa integrazione sul portale aziendale, nella propria casella di posta. Purtroppo però è stata inviata alle 23 e la gran parte dei lavoratori che iniziavano il loro turno alle sette non ha avuto il tempo di consultarla. Appena arrivati davanti ai cancelli scoprono che le tessere di accesso sono disattivate, di essere stati collocati in cassa integrazione. Le proteste non sono ovviamente mancate.

Non è solo una questione di buone maniere

Passata la rabbia iniziale, è subentrata l’amarezza. Nella missiva inviata dall’azienda si specifica che nessuno dei destinatari potrà tornare a lavoro (seppur per poche ore settimanale). ArcelorMittal smentisce quanto aveva comunicato alle maestranze dieci giorni prima. Il 5 maggio, infatti, gli indiani annunciavano che sarebbe ripresa la produzione partendo dagli ordini in sospeso. Questa scelta consentiva a 630 operai di tornare in fabbrica. Il 14 maggio, però, la dirigenza ci ripensa: nessun impianto tra quelli previsti riparte e, laddove si è ricominciato, si ferma tutto. Inoltre nella lettera c’è solo il riferimento alla cassa integrazione Covid. Di qui la preoccupazione del personale circa una cassa integrazione di lunga durata, preludio all’abbandono di ArcelorMittal (cosa che a Taranto molti ritengono probabile). Ciò che è avvenuto in questi ultimi giorni non colpisce solo la città pugliese (in cui ci sono ben 3mila cassaintegrati dell’Ex Ilva) ma anche gli stabilimenti Genova e Novi Ligure. Non si capisce, dunque, quale e se c’è una strategia per la produzione dell’acciaio in Italia.

Si naviga a vista: piano industriale assente

Secondo alcune fonti autorevoli manca un vero e proprio piano industriale su cui intavolare una trattativa. Il conseguente riassetto del gruppo entro il prossimo novembre appare quindi una chimera. In una nota congiunta, Fim, Fiom, Uilm e Usb evidenziano “alcune criticità rispetto alla fase che attraversa lo stabilimento siderurgico di Taranto e ritengono inaccettabili e ingiustificate le modalità con cui l’azienda, a seguito di una comunicazione di ripartenza degli stessi impianti di pochi giorni fa, modifichi di fatto, quanto precedentemente comunicato”.

I sindacati ritengono che ci sia una strategia già definita e chiedono un immediato intervento da parte del Governo per “salvaguardare il futuro occupazionale e ambientale del territorio ionico vista la sua strategicità più volte ricordata nei decreti d’urgenza da vari governi che si sono succeduti in questi lunghi anni di vertenza ex Ilva”. In pratica, i rappresentanti dei lavoratori temono che ArcelorMittal punti ad un altro scontro col Governo per provare a negoziare nuove condizioni per l’uscita. Per ricostruire la vicenda è bene capire cosa prevedeva l‘accordo tra AM InvestCo firma un accordo di modifica con i Commissari Ilva.

L’importanza del siderurgico in Italia

Il 4 marzo a Milano ArcelorMittal annuncia la firma di un accordo con i Commissari Ilva. Gli indiani annunciarono che si stavano delineando i termini di un investimento significativo in AM InvestCo da parte di soggetti italiani a partecipazione statale. “L’investimento nel capitale – si legge nella nota – da parte del Governo Italiano, da regolarsi in un contratto (il Contratto di Investimento) da sottoscrivere entro il 30 novembre 2020, sarà almeno pari al debito residuo di AM InvestCo relativo all’originario prezzo di acquisto dei rami d’azienda di Ilva”. Le intenzioni erano buone almeno a marzo. Poi, secondo il colosso indiano, la crisi dovuta alla pandemia ha cambiato le carte in tavola. Difficile credere alla multinazionale indiana alla luce dei suoi innumerevoli “dietrofront”.

Il vero problema, però, è un altro: quali sono le strategie del governo italiano? Al momento non è dato saperlo. Probabilmente se ne riparlerà nella prossima settimana se i vertici ArcelorMittal saranno convocati al ministero dello Sviluppo per un incontro con i sindacati. Non è una missione impossibile. Certo, la sfida con la Cina è ardua. Ma l’Europa con 168 milioni di tonnellate annue, è ancora la seconda produttrice di acciaio, pari al 10% del totale mondiale.

In Italia l’industria siderurgica, con circa 33mila lavoratori, rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera. L’80% della produzione avviene già con il sistema a forno elettrico, che è molto meno inquinante rispetto a quello a ciclo continuo con altoforno. L’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto a ciclo continuo d’Europa, produce 4,5 milioni di tonnellate annue e occupa 8.200 persone, con un indotto molto vasto. Secondo alcuni esperti il nuovo piano industriale dell’ex Ilva deve essere finalizzato alla transizione verso la totale decarbonizzazione.

Il futuro del siderurgico passa attraverso una strategia che sappia coniugare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale e la difesa della salute. Si spera che chi ci governa sia all’altezza di questo difficile compito.

Salvatore Recupero

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