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Milano, 21 dic –  ArcelorMittal e i commissari straordinari dell’ex Ilva di Taranto hanno raggiunto un accordo, seppur non vincolante. Una notizia che ha sorpreso tanti. Solo due settimane fa, infatti, tutto sembrava perduto: 3.500 lavoratori rischiavano di finire in cassa integrazione e la magistratura voleva spegnere per sempre l’Altoforno 2 del polo siderurgico pugliese.

Ancora, però, è troppo presto per esultare. Nel comunicato stampa del colosso indiano si precisa che “AM InvestCo ha firmato un accordo non vincolante con i Commissari Ilva nominati dall’esecutivo che costituisce la base per continuare le trattative riguardanti un piano industriale per Ilva, incluso un investimento azionario da parte di un ente partecipato dal Governo. Il nuovo piano industriale – continua la nota- prevede investimenti in tecnologia verde da realizzarsi anche attraverso una nuova società finanziata da investitori pubblici e privati. I negoziati proseguiranno fino a gennaio 2020”. A quanto pare il futuro del sito siderurgico si prepara ad una svolta green. I tempi, però, sono strettissimi e la strada è tutta in salita.

I punti salienti dell’accordo

Uno dei punti su cui si è raggiunto l’accordo riguarda il cosiddetto acciaio “verde”, ovvero il parziale abbandono dell’attuale ciclo integrale basato sulla trasformazione dei minerali. In secundis, le parti concordano sull’utilizzo sia del preridotto di ferro negli altiforni, sia di due forni elettrici. Ovviamente, con buona pace dei liberisti, per avviare questa trasformazione è necessario un massiccio intervento pubblico (pare che lo Stato sia pronto ad arrivare, anche attraverso le sue controllate, ad un miliardo).

“Le parti – si legge ancora nel protocollo d’intesa – riconoscono che l’attuazione del nuovo piano industriale”, chiamato nuovo green deal “renderà necessari alcuni impianti di produzione di tecnologia verde e potrebbe richiedere che il Piano ambientale sia di conseguenza modificato, nel qual caso le parti coopereranno in buona fede al fine di raggiungere tale modifiche il più presto possibile”. Resta il nodo degli esuberi.

L’esclusione dei sindacati

La questione è molto intricata, in quanto l’esecutivo e il gruppo indiano non concordano neanche sui numeri. Secondo ArcelorMittal ci sono i 4.700 esuberi entro il 2023, di cui 2.900 nel 2020, ai quali potrebbe aggiungersi la cassa integrazione straordinaria per 3.500 a Taranto a causa dello stop all’Afo2. Il governo non è disposto ad andare oltre i 1.800 in cassa integrazione dell’Ilva in amministrazione straordinaria, considerando che il piano del governo punta a una produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio nel 2023.

Nonostante la gravità della situazione, i sindacati di categoria non sono stati interpellati. La reazione di quest’ultimi non si è fatta attendere. Il comportamento dell’azienda ha ricompattato tutti il fronte sindacale dalla Fiom all’Ugl.

Per il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella esiste un solo piano ambientale, un solo piano industriale e la salvaguardia di tutti i lavoratori, sia diretti che dell’indotto. Sono quelli previsti dall’accordo del 6 settembre 2018. La trattativa non può che partire da queste condizioni”.

Infine, Antonio Spera dell’Ugl Metalmeccanici ha chiesto al Governo “un incontro immediato per spiegare cosa sta realmente accadendo, perché visto così il preaccordo di oggi appare come un tentativo di tenere fuori dal tavolo il sindacato”.

La politica industriale passa per le aule dei tribunali

Ciò che stupisce in questa vicenda è l’assoluto protagonismo della magistratura. Chi dovrebbe limitarsi a far rispettare le leggi, condiziona le scelte della politica industriale. Mentre a Taranto il giudice Francesco Maccagnano voleva mettere i sigilli all’Altiforno 2, i commissari del governo ricorrevano al Tribunale di Milano contro il recesso di ArcelorMittal dalla gestione del sito siderurgico (che adesso è con contratto di affitto). Per non parlare della genesi di questo preaccordo. Ieri mattina le parti, infatti, si trovavano alla corte di Milano. Quando mancavano pochi minuti all’udienza è stata raggiunta l’intesa tra i commissari straordinari (Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupi) e ArcelorMittal (rappresentata dall’amministratore delegato Lucia Morselli) per la trattativa della ristrutturazione del contratto originario di affitto e vendita degli stabilimenti e per l’operazione finanziaria di rilancio del polo siderurgico con base a Taranto. La politica, per l’ennesima volta, si è consegnata mani e piedi alla magistratura.

Tornando alla vertenza quest’episodio è quantomeno curioso. Senza voler essere complottisti è lecito pensare che le parti erano già d’accordo e hanno approfittato dell’udienza per tirare fuori il coniglio dal cilindro. Resta ora da capire se la tregua armata serve solo a guadagnare tempo o vuole essere un trampolino di lancio per salvare lo stabilimento tarantino. Per conoscere l’esito di questa vicenda, attendiamo la prossima puntata che verrà trasmessa dal Tribunale di Milano il prossimo sette febbraio.

Salvatore Recupero

3 Commenti

  1. Ma le MERDE al “governo” lo sapevano o no, che queste MERDE indiane hanno l’abitudine di comprare aziende concorrenti e poi di chiuderle?

  2. […] “Sulla base delle richieste fatte da Jindal – continua Spera- in merito alla riduzione del costo dell’energia elettrica e del contributo finalizzato ad un progetto di smaltimento delle scorie, finanziamenti e commesse di rotaie, c’è bisogno di un piano industriale, che tuttavia non è stato ancora presentato in quanto l’azienda ha chiesto un ulteriore rinvio di quattro mesi. È grave quanto sta accadendo nei confronti di un intero territorio. Ad oggi non ci sono investimenti sugli impianti e per la manutenzione non c’è ancora traccia di installazione dei forni elettrici”. Il sindacalista auspica infine: “Un impegno concreto del governo, anche attraverso il suo ingresso nella compagine societaria. Solo in questo modo si potrebbe riuscire a salvaguardare il polo siderurgico di Piombino”. Su quest’ultimo punto, Spera tocca un nervo scoperto: In Italia mancano strategie industriali di lungo termine. Il caso Ilva non è certo un’eccezione. […]

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