Roma, 1 feb – Il Pil italiano frena e lo fa con un’inchiodata che non si vedeva dal 2013. A segnalarlo è l’Istat, che parla di un -0,3% registrato dalla nostra economia nell’ultimo trimestre dell’anno appena concluso.



Pil in arretramento

“Nel quarto trimestre del 2019 – si legge nella nota diramata dall’istituto – si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e sia rimasto invariato in termini tendenziali”.

La brusca frenata impatta sia sulla crescita complessiva del 2019 – parliamo su base annua di un misero +0,2%, numeri da stagnazione – sia su quella acquisita per il 2020, “pari a -0,2%”, segnalano sempre dall’Istat.

Ancora austerità

Il nuovo anno inizia così con un pesante fardello, figlio della mancata fine delle politiche dell’austerità. Una stagione, quella della disciplina di bilancio, invero mai conclusa. Prova ne sia l’andamento dell’avanzo primario – la differenza fra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito – che ben più del “semplice” deficit rappresenta quanto si stiano perseguendo politiche improntate al paradigma del rigore nei conti pubblici. L’Italia è in avanzo primario dall’inizio degli anni ’90, con un picco che coincide con l’anno di fissazione del nostro cambio (1997) in vista dell’adozione della moneta unica e rimane poi sempre in terreno positivo, tranne un quasi impercettibile sforamento nel 2009. Da allora ha sempre veleggiato tra l’1 e il 2% del Pil e con le ultime finanziarie non si è fatta eccezione. Ivi inclusa la manovra del cambiamento che fissava l’asticella all’1,3%.

Gli effetti cui assistiamo li descrive bene l’Istat: “Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta”. Tradotto: la svalutazione interna – unica possibile per ottenere un riequilibrio non potendo agire sulla moneta che è a cambio fisso – rende più convenienti i nostri prodotti all’estero ma, al contempo, distrugge la domanda nazionale. Viene in questo modo a mancare una delle due gambe su cui poggia la politica economica, con lo spiacevole inconveniente per cui basta un evento avverso sui mercati globali per far crollare l’intera impalcatura.

Ha voglia allora il ministro Gualtieri ad ostentare ottimismo, parlando di un rimbalzo – se non dovesse registrarsi sarà recessione tecnica – nel primo trimestre del 2020: pur limando al ribasso le previsioni in manovra sull’avanzo primario (all’1,1%, a consuntivo si vedrà) di quest’anno, la finanziaria in salsa giallofucsia non devia significativamente dal seminato. Costringendoci così ad un ennesimo anno buttato.

Filippo Burla

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7 Commenti

  1. Daranno la colpa agli “sporchi” odiatori di destra o al coronavirus “importato” dall’untore Salvini Matteo.

  2. Ma come mai abbiamo l’ Iva alta come la Romania, a significare che abbiamo un mercato “nero” (io direi “grigio” perché non desidero considerare qui gli stupefacenti), …uguale! Cosa assurda.
    O si abbatte l’ Iva, o si abbatte qualcosa d’ altro, non si scappa. Ovviamente non gli stipendi o pensioni medie ponderate…

  3. L’Italia è in declino perché la produttività è ferma da 40 anni. L’austerità non c’è mai stata e farebbe bene. Il cambio è irrilevante. Tutti gli altri paesi europei crescono di più e gli usa sono in boom da dieci anni. Il moltiplicatore è una buffonata. La spesa pubblica corrente cresce e con questa crescono le tasse, che la rincorrono. L’avanzo primario dovrebbe obbligatoriamente essere maggiore se i tassi fossero più alti: per avere più spazio fiscale basterebbe essere fiscalmente responsabili e ridurre spesa e debito (l’Italia ha fatto deficit costanti negli ultimi anni). È soprattutto la spesa per pensioni a frenare l’Italia. Poi anche la piccola dimensione delle imprese, la pubblica amministrazione inefficiente, il PIL controllato al 75% da organi pubblici parassitari, la scarsa concorrenza nei servizi, la scarsa propensione degli italiani a innovare e a muoversi, la voglia di vivere da parassiti che si traduce nel voto ad avventurieri ignoranti e fannulloni, la giustizia inefficiente, la scuola che non forma e così via. Aprirsi al mondo, spostarsi sulla frontiera tecnologica, studiare come funziona il mondo, liberalizzare tutto, lasciar fallire i falliti, decentralizzare i contratti di lavoro, decimare il peso dello stato, far pagare le tasse e non agevolare nessuno soprattutto al sud, tagliare le pensioni e magari anche numero e stipendi di dipendenti pubblici sarebbero un po’ di cose da fare.
    Poi sovranisti di che? Io posso essere sovranità di casa mia o della mia regione o del mio paese di nascita, ma non voglio avere niente a che fare con i parassiti che infestano l’Italia.
    Ricordate che svalutare vuol dire avere in tasca soldi che valgono meno.
    L’articolo sarebbe confutabile anche nell’ambito monetario, ma basterebbe studiare e capire le cose per farlo da soli.

    • Lasciar fallire i falliti…, o piuttosto chi li ha fatti fallire?!?! Come funziona il mondo…, mah?! Studia ancora, se vuoi ti aiutiamo… A domande, risposte disponibili. Anche dubbi perché non siamo dei mona-pirla e fatichiamo ad essere saggi, molto.

  4. Maurizio: Riccardo è una persona che prima di scrivere commenti studia, riflette, si guarda attorno. Riccardo non si fa abbindolare da qualche pseudo economista ma pensa con la sua testa. Riccardo sa che i problemi italiani ventennali non si possono ricondurre a qualcosa di esterno.
    FAI COME RICCARDO: STUDIA!!

    • Studiare è importante, ci mancherebbe… Ma “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato” e scordiamoci il passato è un rischio dietro l’ angolo! Bene la discussione.

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