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20150912_121803[1]Vicenza, 03 mar – Da qualche giorno tira una brutta aria nella sede della Banca Popolare di Vicenza. Lo scorso 29 febbraio è arrivata una lettera della Banca Centrale Europea che ha messo in allarme azionisti, dirigenti, impiegati e risparmiatori. I toni della Bce sono perentori: “Bpvi (Banca Popolare di Vicenza) è a un bivio: nel caso in cui uno qualsiasi degli elementi del progetto non fosse approvato e la banca non rispettasse i requisiti patrimoniali, si renderebbe necessario adottare misure di vigilanza, incluso l’esercizio dei poteri previsti dal Testo Unico Bancario ovvero appunto le procedure previste dalla direttiva sul bail-in”. Gli elementi del progetto sono tre: la trasformazione in spa, l’aumento di capitale da 1,75 miliardi di euro, nonché la quotazione a Piazza Affari. Questi punti saranno all’ordine del giorno della prossima assemblea degli azionisti che si terrà sabato prossimo. La Bce ha messo i soci con le spalle al muro: o votate ciò che vi abbiamo indicato oppure siete a rischio bail-in. Il bail-in, per chi non lo sapesse, è quel meccanismo che in caso di fallimento di un istituto di credito chiamerà a rimborsare i creditori: gli azionisti, gli obbligazionisti, e i correntisti fino alla soglia dei 100.000 euro.  Secondo l’istituto guidato da Mario Draghi:L’approvazione congiunta di tutti e tre gli elementi del progetto da parte dell’assemblea degli azionisti e la tempestiva attuazione del piano, sono ritenuti della massima importanza dalla Bce al fine di ripristinare il rispetto dei requisiti patrimoniali secondo le modalità rappresentate dal Consiglio di Amministrazione”.

Dopo Banca Etruria, dunque, un’altra banca italiana rischia di trovarsi nell’occhio del ciclone. Anche se stavolta non ci sarà un decreto salvabanche. A meno che a Vicenza non ci sia qualche cugino della Boschi.  Eppure nel dicembre del 2014 il Cavalier Gianni Zonin presidente dell’istituto di credito vicentino così si rivolgeva agli azionisti in una storica missiva: “Egregio socio, qualche settimana fa la Banca Centrale Europea ci ha promosso in Europa fra i primi tredici più importanti gruppi bancari italiani. (…) Dagli stress test a cui la Bce ha sottoposto i nostri bilanci, siamo risultati una banca solida e fortemente patrimonializzata e che tale resterebbe anche di fronte a scenari macroeconomici ancora più avversi degli attuali”. Nel 2015 il Cavalier vicentino si è dimesso e oggi il valore delle azioni della Bpvi è crollato del 90%.  Miliardi di euro sono stati bruciati. Un dramma che stanno vivendo gli azionisti della Banca Popolare di Vicenza e tutto il territorio vicentino. Per molti osservatori la questione dovrebbe finire davanti ad un tribunale.  In questi giorni, la procura vicentina sta lavorando a due nuovi filoni dell’inchiesta sul tracollo dell’istituto e che riguardano l’associazione per delinquere e il falso in bilancio. Non più solo aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza, dunque, ipotesi per le quali sono stati indagati l’ex presidente Gianni Zonin e altri cinque manager. “Ci troviamo di fronte ad un’organizzazione strutturata, la banca, all’interno della quale alcune persone avrebbero operato, con una struttura gerarchica e ben organizzata, per mettere a segno un numero indefinito di reati”, ha spiegato il Procuratore capo di Vicenza, Antonino Cappelleri.

Sarebbe, però, troppo miope leggere questa vicenda come l’ennesimo episodio di banchieri truffatori. In realtà la crisi dell’istituto vicentino è il frutto della deregolamentazione, che ha abolito anzitutto la distinzione tra banche d’affari e banche di credito ordinario, introducendo la nuova figura della “banca universale”. La banca oggi può fare di tutto: dal credito a medio e lungo termine alle speculazioni sul mercato  finanziario, all’attività assicurativa, e strutturata obbligatoriamente in società per azioni.  Facciamo un passo indietro. Correva l’anno 1866, quando con decreto regio firmato da Eugenio di Savoia, luogotenente generale di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, venne fondata la Banca Popolare di Vicenza. La sua funzione sociale ed economica era quella di tutelare i risparmi ed erogare il credito nel territorio vicentino. Almeno così fu fino al 1993. A partire dal 1993 dalla provincia di Vicenza, la rete degli sportelli si è man mano estesa all’intero Nord Est e quindi al Nord Italia. Insieme, tali realtà hanno dato vita al Gruppo Banca Popolare di Vicenza (1999), che in seguito si è dato un nuovo assetto organizzativo, proseguendo il progetto di espansione territoriale e ampliando la sua offerta. La Bpvi così perdeva la sua natura di banca popolare radicata nel territorio. Se fosse stata ancora in vigore la legge bancaria del 1936, cancellata negli anni ‘90 dal nuovo Testo Unico Bancario, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Benito Mussolini e Alberto Beneduce divisero le banche per categorie razionalizzando il sistema del credito. Le banche d’affari da un lato, le banche di credito ordinario dall’altro. E le banche di credito ordinario erano suddivise in Istituti di diritto pubblico, banche d’interesse nazionale strutturate in società per azioni controllate dall’Iri, Casse di Risparmio nate sulle fondamenta di antichi Monti di Pietà o come emanazione delle Istituzioni locali, Banche Popolari di natura cooperativa, ed infine le Casse Rurali ed Artigiane, anch’esse di natura cooperativa. Il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia voluto da Giuliano Amato e da Carlo Azeglio Ciampi del 1993 ha cambiato tutto. Grazie ad Amato il sistema creditizio è fondato sul principio della despecializzazione delle banche:  “ Tutte le banche sono S.p.a o società cooperative per azione a responsabilità limitata.  Non esiste più la differenziazione tra banche che operano a breve termine e quelle che operano a medio lungo termine. Le banche possono operare in ogni settore e offrire una gamma maggiore di servizi. Le banche, inoltre, possono detenere partecipazioni nel capitale di imprese del settore industriale e commerciale e viceversa”.

C’è anche un altro aspetto da non sottovalutare. Fino agli anni ’90, sulla base della legge del 1936, l’apertura di nuovi sportelli bancari doveva essere autorizzata dalla Banca d’Italia.  La raccolta del risparmio e l’erogazione del credito nei centri minori, infatti, era riservata alle piccole banche locali. La Banca Popolare di Vicenza, al contrario, si espandeva su tutto il territorio nazionale. Infatti, nel biennio 2000/2002 con il “Progetto Centro-Sud” acquisisca Banca Nuova (sede a Palermo) e Banca del Popolo di Trapani. Così l’Istituto poteva contare su più di cento filiali. Nel 2002 entra a far parte del gruppo Bpvi anche la CariPrato.Oggi, però, anche chi non vuol vedere, deve ammettere che aggregare le piccole banche e sradicarle dal loro territorio non porta buoni frutti. Cosa ci faceva una banca popolare vicentina a Trapani o a Palermo? Probabilmente avevano perso la bussola. Per il settore del credito è giunto il momento di cambiare rotta. Anche perché la nostra storia ci insegna che è meglio Alberto Beneduce di Mister Draghi o del professor Amato.

Salvatore Recupero

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