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Da Boschi senior a Renzi padre: Banca Etruria un affare di famiglia?

Roma, 15 dic – Un conflitto di interessi spaventoso, generosi fidi concessi agli amministratori mentre la banca si avviava verso il crac, una politica aggressiva volta a far ricadere le perdite – poi verificatesi tali – sugli ignari obbligazionisti. E’ questo il quadro che va delineandosi attorno al crac di Banca Etruria, l’istituto di credito salvato, insieme ad altri tre, solo grazie all’intervento del governo tramite la discussa scelta del decreto “salvabanche”.

Ad accendere un faro sul comportamento della banca aretina sono i pm della Procura toscana, che hanno già iscritto nel registro degli indagati l’ex presidente Lorenzo Rosi e l’ex membro del consiglio di amministrazione Luciano Nataloni. L’accusa è, per ora, quella di omessa comunicazione di conflitto di interessi. Sul caso sta indagando la Guardia di Finanza, al fine di accertare anche perché né la Consob nè Banca d’Italia – che pure fra il 2012 e il 2015 ha svolto ben tre ispezioni – abbiano mai preso seri provvedimenti nonostante le evidenze emerse.

Sotto il faro dei magistrati – che potrebbero ben presto ampliare il banco degli imputati fino a coinvolgere altri membri di vertice, fra cui spicca il padre del ministro Boschi, Pier Luigi – sono soprattutto quasi 200 milioni di finanziamenti dati agli amministratori e sui quali banca Etruria ha accumulato 20 milioni di perdite. In mancanza di formale comunicazione, si contravviene a quanto previsto dall’articolo 2391 del codice civile, il quale sancisce che gli amministratori sono tenuti a dare notizia “di ogni interesse che, per conto proprio o di terzi, abbia in una determinata operazione della società”. Nel mirino anche un finanziamento da 3.4 milioni che potrebbe essere finito in un’operazione che vede protagonista anche Tiziano Renzi, padre del premier.

Se i giochetti di potere si fossero limitati ai vertici della banca, ancora ancora. Il problema è che, per come sta emergendo in questi giorni, le perdite accumulate nel tempo a causa della gestione dissennata sono state poi imputate a obbligazionisti che, nella migliore delle ipotesi, erano del tutto all’oscuro di quel che stavano comprando. Lo spiega un direttore di filiale – sotto stretto anonimato – al quotidiano La Repubblica: “Ai correntisti e piccole e medie imprese proponevamo le obbligazioni subordinate a tutti dichiarando un rischio zero”, spiega, anche se erano perfettamente al corrente che “le obbligazioni subordinate erano un prodotto che rovinava solo e soltanto i clienti, lo sapevamo tutti”. Dalle alte sfere di Banca Etruria sembravano esserne ben al corrente, se è vero che “i dipendenti ricevevano premi in soldi sul rendimento settimanale”, continua il direttore, che rivela come addirittura i promotori dell’istituto andassero a cercare potenziali clienti “in case di cura o ospedali”. Senza considerare poi gli obblighi di acquisto per chi richiedeva un mutuo, a margine della gentile maggiorazione della somma del prestito stesso.

Altro che cultura finanziaria, altro che conoscenza del proprio profilo di rischio, altro che speculazione. Qui è truffa, bella e buona. E associazione per delinquere.

Filippo Burla

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Commenti

commenti

1 commento

  1. Vi ricordate Di Pietro ….Le monetine contro Craxi
    Bhe’ che dire …..i gas nocivi ci hanno letteralmente addormentato ?
    Se trovate uno come Craxi riassumetelo ….e cittadini sveglia….

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