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Roma, 22 sett  – Brutte notizie sul fronte del lavoro: nel 2020 sono state ben 42.000 le dimissioni presentate da parte di genitori di bambini da zero a tre anni, con un calo del 18% rispetto al 2019. Il dato arriva dall’Ispettorato nazionale del lavoro che segnala come le donne siano il 77% del totale delle persone che si sono dimesse.



Diminuite le dimissioni dei padri rispetto a quelle delle madri

Secondo quanto riporta Ansa, oltre il 92% delle dimissioni e risoluzioni consensuali riguarda lavoratori inquadrati come operai o impiegati. L’età è tra i 29 e i 44 anni. Nell’88% dei casi la decisione di lasciare il lavoro è presa nei primi 10 anni di servizio. Nell’anno della pandemia da Covid sono diminuite le dimissioni dei padri (-31,1%) rispetto a quelle delle madri (-13,6%).

Oltre 9 milioni in totale

Le cessazioni da rapporto di lavoro complessive conteggiate nel 2020 sono state oltre 9 milioni, con un calo del 17,7% sul 2019. La motivazione che prevalentemente guida le ragioni delle dimissioni è relativa alla scadenza del contratto, che coinvolge più di 6 milioni di rapporti (-17,6% sul 2019). Le cessazioni richieste dalla lavoratrice e dal lavoratore, comprese le dimissioni (categoria all’interno della quale si inseriscono le dimissioni convalidate, ovvero quelle che riguardano genitori di figli con meno di tre anni) sono state 1,5 milioni (-15,1%).

Essere genitori e lavorare, un dramma

Nel Rapporto Inl la condizione di genitorialità si riporta come l’impatto sia diverso sulla partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne. C’è senz’altro una relazione tra la diminuzione degli indicatori relativi alla partecipazione e all’occupazione in coincidenza della maternità e in relazione al numero dei figli. Coi figli la partecipazione maschile aumenta e quella femminile si riduce. Il passaggio avviene già col primo figlio e si aumenta con il secondo. Non ci sono particolari differenziazioni a livello territoriale. La dinamica in oggetto ha valori più elevati nella classe di età 25-34. Si inverte, invece, per l’inattività: in presenza di figli aumenta l’inattività delle donne e diminuisce quella degli uomini.

La stessa situazione in tutta Italia

Su 42.377 dimissioni arrivate da neogenitori la tipologia di recesso più frequente è costituita da quelle volontarie (oltre il 94%) mentre le dimissioni per giusta causa e le risoluzioni consensuali sono pari rispettivamente a circa il 4% e al 2% del totale. Il 77,4% si riferisce a donne. Sul complesso dei richiedenti, il 61% ha un figlio, il 32% due figli e il 7% più di due. L’età del figlio che più incide in questo fenomeno è quella fino ad un anno, quindi prevale l’esigenza di primo accudimento. La motivazione più frequente dietro le dimissioni volontarie continua ad essere la difficoltà di conciliazione dell’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della famiglia e dei figli, sia per ragioni legate alla disponibilità di servizi di cura (38% del totale delle causali) che per ragioni di carattere organizzativo riferite al proprio contesto lavorativo (20% del totale delle motivazioni indicate). “Esiste una profonda differenza di genere – scrive l’Inl – nel dato relativo alle motivazioni in quanto la difficoltà di esercizio della genitorialità in maniera compatibile con la propria occupazione è quasi esclusivamente femminile. Le segnalazioni di difficoltà di conciliazione per ragioni legate ai servizi di cura o ragioni legate all’organizzazione del lavoro, infatti, riguardano donne in una percentuale tra il 96% e il 98%. La prevalente motivazione delle convalide riferite a uomini è invece il passaggio ad altra azienda“.

Ilaria Paoletti



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1 commento

  1. Ma non esistono misure di sostegno per la genitorialità e misure di sostegno per il rientro ?! In Europa non penso ne beneficino solo le immigrate che unitesi con connazionali hanno una fertilità immediata che non avevano più nella loro patria.

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