Roma, 26 ago – Non solo i prezzi del gas e, di converso, dell’energia elettrica. Sul futuro prossimo dell’Italia – ma a ben vedere dell’intera eurozona – incombe anche una possibile speculazione sui titoli pubblici, a partire dai Btp. La notizia giunge dalle colonne del Financial Times, che segnala come secondo stime di S&P Global Market Intelligence i grandi fondi internazionali avrebbero accumulato, nel corso delle ultime settimane, qualcosa come quasi 40 miliardi di posizioni ribassiste sui nostri Titoli di Stato. Non solo: ammonterebbero a quasi dieci volte tanto – più di 380 miliardi – le scommesse, sempre al ribasso, sui titoli di tutte le nazioni Ue.

L’impressione è che si possa essere di fronte ad una potenziale ondata che, partendo da uno degli anelli deboli della catena, si espanderebbe poi a macchia d’olio all’intero mercato del vecchio continente. A pesare non è solo l’instabilità economica legata alla fragilità delle forniture di gas, ma anche l’incertezza sulle mosse della Bce. Una sorta di “vedo”, per dirla con il gergo dei giocatori di poker, al fine di costringere Francoforte a svelare le carte del Tpi, il sedicente “scudo antispread” annunciato a luglio.

Btp sotto speculazione: le responsabilità della Bce

Il motivo per cui le mosse partirebbero dai nostri Btp assume, in questa prospettiva, pieno senso. Nonostante la caduta del governo Draghi con tutto il suo carico di (presunta) credibilità, i rendimenti delle emissioni italiane sul mercato secondario sono andati in calando per diverse settimane. Il motivo è presto detto: l’Eurotower ha fatto incetta di titoli, senza altra spiegazione plausibile che quella di dotarsi di una sorta di “caricatore” pieno di cartucce da sparare qualora, dopo il voto del 25 settembre, dovesse emergere una maggioranza non del tutto gradita. I mercati stanno evidentemente fiutando quest’aria da prossimo venturo redde rationem e agiscono di conseguenza.

Cose che succedono quando si è in balìa di crisi senza una banca centrale. La Bce, per esplicita previsione dei Trattati, tale non è. Presumibilmente non la è mai stata, essendo al più assimilabile ad un soggetto incaricato di garantire un accordo di cambi fissi, cioè l’euro, con in aggiunta la fobia per l’inflazione. Il destino di Btp e assimilati è un suo problema solo nella misura in cui può mettere questi due elementi a rischio: un pericolo che tra Recovery Fund, condizionalità legate al Tpi e il nuovo Mes (comunque lo si chiami) pronto a scaldare i motori, nell’apoteosi del vincolo esterno cui ci ha consegnato l’ex governatore, sembra sempre meno incombente.

Filippo Burla

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