Genova, 31 mar – Carige è nel mirino del fondo d’investimento BlackRock. Gli americani potrebbero affinare un’offerta sull’intero perimetro dell’istituto ligure e non solo su alcuni asset. Questo è quanto ha rivelato pochi giorni fa il quotidiano Milano Finanza. Gli statunitensi si preparano a sbarcare a Genova? Vedremo. Intanto, per capire meglio cosa sta succedendo è utile fare una breve sintesi delle puntate precedenti.

Un piano industriale “lacrime e sangue”

Come tutti sanno la situazione di Carige è particolarmente grave. L’antico istituto di credito è commissariato dalla Bce. Inoltre, il governo italiano per tenere in piedi la banca genovese (che sarà in amministrazione straordinaria fino al prossimo 30 settembre) ha garantito fino a tre miliardi di nuove obbligazioni. Circa un mese fa i commissari hanno presentato alla Banca Centrale Europea un piano industriale basato su tre pilastri: drastica riduzione dei crediti deteriorati, forte ridimensionamento del personale (mille esuberi con la chiusura di almeno cento sportelli), e un aumento di capitale di 630 milioni di euro. Andiamo con ordine.

Il primo obiettivo è una forte riduzione delle sofferenze per poco meno di due miliardi, così da portare il rapporto fra npl e crediti totali fra il 5 e il 10%. Non è però ancora chiaro a chi verranno ceduti i crediti non performanti. Per ora c’è un confronto serrato tra la Sga del Tesoro e il Credito Fondiario del fondo Elliot. È probabile che nei prossimi mesi si giungerà ad un accordo tra i due contendenti.

Non meno importante è la questione occupazionale. “Passiamo da 4mila a 3mila colleghi attraverso accordi individuali e pensionando un po’ di gente sfruttando le possibilità previste da quota 100”. Queste le parole di Fabio Innocenzi (uno dei tre commissari). L’ennesima ristrutturazione della banca, dunque, passerà anche per una nuova riduzione del personale, nell’ordine di 1.050 dipendenti circa con la chiusura di circa cento sportelli.

Tutto questo, però, non basta. Non possiamo fare le nozze con i fichi secchi. Per questo è necessario un aumento di capitale (il quarto in sei anni). Carige ha uno strano rapporto con la liquidità: più che una banca sembra un’idrovora. Se l’anno scorso bastavano 400 milioni ora ne servono 600 per un vero rafforzamento patrimoniale. “Ci aspettiamo – ha detto Innocenzi– nel mese di aprile delle offerte vincolanti” per l’unione di intenti con un altro operatore.

Banche assenti, fondi d’investimento protagonisti

E qui veniamo alle dolenti note. Secondo Il Sole 24 Ore la situazione attuale vede decisamente più avanti sul dossier i fondi d’investimento rispetto alle banche. In prima linea, secondo i rumors pare ci sia proprio il gigante BlackRock. Secondo Radiocor, il fondo di investimento sta lavorando a una offerta per Carige supportato da un piano che insiste in particolare sulle potenzialità della private bank Cesare Ponti. Agli americani non dispiacerebbe affatto mettere le mani sul gioiello di famiglia del gruppo. Lo spezzatino della banca, non è però un tema all’ordine del giorno.

“La Cesare Ponti è uno degli elementi centrali del piano industriale di Banca Carige per cui abbiamo previsto ingenti investimenti”, ha assicurato Innocenzi. Lo stesso commissario, incalzato dalle domande dei giornalisti, ha affermato che “La Ponti è uno dei pilastri del piano del Gruppo per i prossimi anni. Senza pilastro non si va da nessuna parte”. Il fondo statunitense messo con le spalle al muro ha deciso di rilanciare. Alcune fonti hanno fatto trapelare la notizia che BlackRock punta ad estendere la sua offerta a tutti gli asset del gruppo. Un’altra proposta in fase di formulazione è quella di un altro fondo, Varde Partners. Per capire le reali intenzioni dei fondi d’investimento occorre, però, attendere ancora qualche settimana. Le offerte, infatti, andranno presentate entro il 5 con possibilità di arrivare fino al 15 aprile per la messa a punto.

I sindacati contro la “banca boutique”

Intanto l’interessamento degli investitori d’oltreoceano non piace affatto ai rappresentanti dei lavoratori. Su questa possibile operazione si è espresso negativamente il segretario generale del sindacato Fabi Lando Sileoni: “Carige non può essere ripulita per fare una boutique ed essere ceduta a qualche fondo estero. Diverso è il caso di Unipol e Bper, che hanno fatto l’operazione per scongiurare l’attacco di qualche fondo speculativo nei prossimi anni. Siamo contrari alla banca-boutique perché già oggi oltre il 50% del sistema bancario è in mano a fondi stranieri”. Difficile dar torto a Sileoni. Anche perché se gli americani avranno la meglio, la colpa è soprattutto nostra. Una delle più antiche banche al mondo è stata distrutta da pessima gestione nel silenzio delle autorità di vigilanza.  In questo caso non possiamo stupirci se un altro pezzo d’Italia rischia di finire in mano straniera.

Salvatore Recupero

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Salvatore Recupero
Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1980 e cresciuto a Furnari in provincia di Messina. Vive a Roma dove ho conseguito due lauree: una in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università La Sapienza e l’altra in Editoria e Giornalismo con una tesi sul “giornalismo multimediale” presso la Lumsa. Dodici anni fa ha iniziato a collaborare con alcuni periodici occupandosi di politica interna ed internazionale. Da studente universitario ha affiancato alle collaborazioni giornalistiche l'attività di consulente marketing ed editing per la Casa editrice Nuove Idee. Dal dicembre 2013 la sua attività giornalistica è focalizzata principalmente su tematiche economiche e finanziarie per Il Primato Nazionale.

1 commento

  1. Solita storia; i banchieri esteri dettano le regole loro tramite una BCE che è privata e produce a costo zero ed esentasse il denaro, fanno fallire banche sane e poi guarda caso si presentano a comperarle dimostrando che era una bufala che non valevano niente.E i nostri politici finora sono stati sottomessi a questi poteri occulti che oramai si sono comperati quasi tutto il paese

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