Roma, 19 set – “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?” si (e ci) domandava retoricamente il premier Draghi. La prima non l’abbiamo. Il secondo, che sia per rinfrescare o per riscaldare, rischiamo di doverlo tenere al minimo per evitare il salasso in bolletta. In aggiunta, con il caro gas rischiamo anche di perdere più di mezzo milione di posti di lavoro. Come se i numeri della disoccupazione non fossero, da parte loro, già sufficientemente alti.

L’allarme è stato lanciato dal Centro studi Confindustria. Nell’ultima edizione del bollettino congiuntura flash, l’associazione parla di un caro gas ormai “divenuto fuori controllo, sulla scia dei tagli delle forniture dalla Russia”, che si aggiunge al rialzo dei tassi da parte della Bce il quale, a cascata, si riversa sull’aumento del costo del credito. Il quadro, stante anche l’elevata inflazione, è preoccupante: nonostante un piccolo recupero a luglio, la produzione industriale è stimata infatti in sensibile calo nel terzo trimestre dell’anno. La ventura recessione ormai è una certezza. Resta solo da capire di che intensità sarà e per quanto tempo dovremo farci i conti.

Sanzioni e caro gas: recessione e disoccupazione

Il Centro studi Confindustria analizza due possibili scenari: uno con prezzi dell’energia stabili sui valori di agosto e un altro con valori attesi in base ai contratti futures. Ebbene: nel caso peggiore, l’incidenza dei costi energetici per la manifattura “finirebbe – si legge – al 10,2% nel 2022 e al 13,7% nel 2023, più che triplicata rispetto al 3,9% pre-crisi”. Livelli compatibili solo con la chiusura di massa di attività produttive. Alla desertificazione industriale seguirebbe, nel giro di pochissimo tempo, una sensibile riduzione della crescita ed un drastico incremento della disoccupazione: il caro gas si tradurrebbe così in “una minore crescita del PIL del 2,2% e del 3,2% cumulati nel biennio 2022-2023, nei due scenari, e in 383mila e 582mila occupati in meno“.

Le stime confindustriali non si discostano di molto da quelle elaborate qualche mese fa da Banca d’Italia. I presupposti dell’analisi di via Nazionale erano in parte diversi ma analoghe le conclusioni a cui giungevano i ricercatori di Palazzo Koch, che parlavano di due anni di recessione e sempre di mezzo milioni di posti di lavoro in fumo. L’unica certezza ormai sembra quella che le sanzioni stanno funzionando talmente bene da continuare, senza sosta, a colpire più chi le eleva di chi le dovrebbe invece subire.

Filippo Burla

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