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pagamento contanteRoma, 1 mar – Presentata come una delle panacee per risolvere l’atavico problema della sottrazione di somme al fisco, la progressiva e continua limitazione nell’uso del contante ha visto nelle scorse settimane, con l’idea di introdurre un’imposta di bollo sui versamenti bancari superiori ai 200 euro, un significativo passo in avanti. L’equazione su cui poggia l’assunto di base è semplice: maggiore uso del contante uguale maggior evasione.

E’ proprio così? Non secondo uno studio appena firmato dalla Cgia di Mestre. In Italia abbiamo una soglia all’uso contante -1000 euro, come il Portogallo- fra le più basse d’Europa: undici nazioni neanche la prevedono, in Francia e Belgio è a 3000 euro, in Spagna a 2500 e in Grecia 1500. Ebbene, nonostante ciò, la correlazione fra l’esistenza di questa soglia con l’evasione fiscale sarebbe statisticamente insignificante.

“Tra il 2000 e il 2012 -si legge nello studio- a fronte di una soglia limite all’uso del denaro che è rimasta pressoché stabile fino al giugno 2008, l’evasione ha registrato un andamento altalenante fino al 2006 per poi scivolare progressivamente fino al 2010. Se tra il 2010 e l’anno successivo l’ “asticella” del limite al contante si è ulteriormente abbassata (passando da 5.000 a 1.000 euro), l’evasione, invece, è salita fino a sfiorare il 16% del Pil, per poi ridiscendere nel 2012 sotto quota 14%”.

Insomma, cartamoneta ed evasione fiscale sono due sfere tendenzialmente separate. O almeno, laddove si intercettano, non giustificano misure repressive sull’uso delle vecchie banconote e monete.

“Il diffusissimo uso del contante è correlato al fatto che in Italia ci sono quasi 15 milioni di unbanked -dichiara il segreteario della Cgia, Giuseppe Bortolussi- ovvero di persone che non hanno un conto corrente presso una banca. Un record non riscontrabile in nessun altro paese d’Europa. Non avendo nessun rapporto con gli istituti di credito, milioni di italiani non utilizzano alcuna forma di pagamento tracciabile, come la carta di credito, il bancomat o il libretto degli assegni. Questa specificità tutta italiana va ricercata nelle ragioni storiche e culturali ancora molto diffuse in alcune aree e fasce sociali del nostro Paese. Non possiamo disconoscere -conclude il segretario dell’associazione degli artigiani mestrini- che molte persone di una certa età e con un livello di scolarizzazione molto basso preferiscono ancora adesso tenere i soldi in casa, anziché affidarli ad una banca. Del resto, i vantaggi economici non sono indifferenti, visto che i costi per la tenuta di un conto corrente sono in Italia i più elevati d’Europa”.

Filippo Burla

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