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bandiera europaRoma, 1 mar – Nella cloaca massima che viene comunemente chiamata “informazione”, nuotano da sempre i topi della disinformazione, che amano pascersi dell’ignoranza altrui per deviare l’opinione pubblica verso idee quantomeno fallaci. Il dibattito economico sull’euro -ed in generale sul modello di sviluppo di cui euro ed europa unita sono la punta di diamante- non fa ovviamente eccezione, e quindi diventa fondamentale saper distinguere i ciarlatani dagli esperti.

Tanto per dirne una, fin da quando è scoppiata la crisi dello “spread”, è andato di moda dare la colpa a Washington che avrebbe colto la palla al balzo per far saltare un “pericoloso concorrente”. Peccato che le statistiche della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea (liberamente consultabili da chiunque abbia un minimo di pazienza) ci informino che la quantità di euro presenti nelle riserve internazionali pre-crisi siano nello stesso ordine di grandezza di quelle precedentemente nominate in franchi e marchi. L’euro non impensierisce il dollaro ne lo ha mai impensierito. Chi, quando parla dell’euro, a qualunque titolo, accenna ad un qualche presunto complotto anglo-americano contro il medesimo è un ciarlatano e non va considerato degno di parlare.

Possiamo andare oltre: si dice che l’obiettivo finale sia quello degli Stati Uniti d’Europa, o Europa Nazione o quello che vi pare a seconda delle vostre preferenze politiche, e che quindi non bisogna uscire dall’Ue ma anzi accelerare l’integrazione politica. Peccato che per avere unità politica sia necessario avere anche una quantomeno tendenziale omogeneità etno-linguistica, altrimenti diventa praticamente impossibile promuovere quei normali sentimenti di solidarietà, di appartenenza, di comunanza di destino che sono alla base di una nazione, e quindi degli ipotetici Stati Uniti d’Europa sarebbero una sorta di versione gigante e vagamente più civilizzata dell’Etiopia. Anche nella multietnica Svizzera i due terzi dei cittadini sono germanofoni, la cultura e la lingua (le lingue) induiste dominano l’India, russi etnici e cinesi Han sono rispettivamente i tre quarti e i quattro quinti della popolazione dei loro paesi. Urss, Yugoslavia, Libano, Cecoslovacchia, Sudan, Belgio dimostrano che viceversa non è facilissimo far convivere popoli diversi in un medesimo tessuto nazionale. Vi sono poi tutt’ora tensioni separatiste soffocate con la forza (Curdi di Iraq e Turchia, Cecenia, Ossezia, Inguscezia, Daghestan in Russia) o magari gestite con politiche assistenzialistiche (Québec, Catalogna, Euskadi, Scozia, Ulster, Alto Adige, ecc…). L’unico modo per far convivere popoli diversi è nella forma di Impero, ovvero nella forma di una nazione che domina -politicamente, militarmente ed economicamente- sulle altre, le quali comunque mantengono di solito ampi strati di autonomia ed autogestione. Il che potrebbe andare se uno avesse proprio lo spirito del gregario e non quello di Mazzini, Garibaldi e Pisacane che ci dicono che il Risorgimento non è concluso, ma è stato tradito e quindi deve essere portato avanti. C’è un piccolo problema però: in Europa una nazione egemone c’è, ed è la Germania. È normale, essendo l’economia più potente ed efficiente del continente, ma è anche ovvio che solo un folle potrebbe sperare di consegnarsi mani e piedi legati alla mercé di una nazione che fin dai tempi di Bismarck ha improntato il suo sistema produttivo, educativo, culturale ad un mercantilismo miope ed autolesionista. Quello che sta succedendo ora nell’eurozona basta a dimostrarlo. E quindi, chi parla di integrazione politica europea è, ancora, un ciarlatano e non va considerato degno di parlare.

Vi è poi chi senza rendersene conto sposa una visione del mondo hegelo-marxista, ergo progressiva, e ci informa magari sconsolato che “indietro non si torna”. Peccato che questa affermazione cozza contro la banale constatazione che il modello di sviluppo neoliberista che ha nell’ordinamento giuridico europeo la sua istituzionalizzazione non è altro che quello imperante in occidente prima della crisi del 1929. I fatti sono indiscutibili: libera circolazione dei capitali; rigidità del cambio valutario (comunque più flessibile dell’euro grazie alle oscillazioni dell’oro sul mercato); deregolamentazione del rapporto di lavoro subordinato; indipendenza della banca centrale; presenza di grandi trust industriali, finanziari e mediatici totalmente privati. Veramente esiste qualcuno che non si rende conto che siamo effettivamente tornati indietro grazie al processo d’integrazione europea? Chi asserisce che non si possa tornare indietro è un ciarlatano e anch’egli non va considerato degno di parlare.

Matteo Rovatti

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