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Come le banche controllano la politica

by Giuseppe Maneggio
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Le banche hanno un ammontare record di titoli di Stato, ma prestano sempre meno soldi alle imprese. Aumenta il loro potere di ricatto verso il governo.

Roma, 17 gen – I dati di novembre sui prestiti a imprese e famiglie italiane sono preoccupanti, perché mettono in evidenza un peggioramento della situazione. Gli impieghi sono precipitati del 4,3% su base annua dal -3,7% del mese precedente e per le imprese, in particolare, si è avuto il peggiore calo dall’inizio delle rilevazioni della Banca d’Italia nel 2001 (-6%).

Ma a fronte di questi numeri, sempre a novembre apprendiamo che le banche italiane hanno raggiunto il record storico di titoli di stato in loro possesso, giungendo alla cifra di 402,9 miliardi di euro, in rialzo di 3,4 miliardi in un solo mese, tra Bot (37 miliardi), Cct (62 miliardi), Ctz (44 miliardi) e Btp (248 miliardi).

Alla fine del 2011, poco dopo la caduta vorticosa del governo Berlusconi, le banche italiane conservavano bond sovrani nostrani per 209 miliardi di euro. Alla fine del 2012, la cifra era già salita a 331 miliardi. In due anni, gli acquisti sono cresciuti di quasi 200 miliardi. Un investimento vincente, osservando i dati, visto che i rendimenti a 10 anni, tanto per fare un esempio, erano arrivati oltre il 7% due anni fa, mentre oggi si attestano intorno al 3,9%. Ciò significa che i corsi sono migliorati tantissimo e gli istituti bancari si ritrovano con un attivo rivalutato ai prezzi di mercato.

Ciò che comunque risulta evidente è l’alterazione del sistema bancario italiano: gli istituti di credito prestano sempre più denaro allo Stato e sempre meno alle imprese e alle famiglie, con ciò auto-alimentando una crisi economica che non sembra avere mai fine. Si chiama credit crunch e ciò che è peggio è che la tendenza non mostra segnali di miglioramento.

Nel frattempo, le aste dei Btp esitano rendimenti ai minimi storici, con i titoli a 5 anni all’1,51%, i Btp a sette anni al 3,17% e quelli a 15 anni al 4,26%. Tutti in vistoso calo rispetto alle aste precedenti. E’ certamente una notizia positiva per i nostri conti pubblici, perché significa che stiamo rifinanziando il nostro debito in scadenza a costi sempre più bassi. L’altra faccia della medaglia è che ciò sta avvenendo con un classico spiazzamento dei prestiti ai privati.

Le banche italiane hanno ottenuto dalla Bce finanziamenti all’1% e fino a tre anni per 255 miliardi. L’80% di questa somma di denaro è stata utilizzata per comprare titoli e salvare così l’Italia. O meglio, i conti pubblici italiani, perché l’economia reale è nel frattempo collassata a livelli di guerra.

Cosa accadrà quando le banche dovranno restituire a Francoforte oltre 230 miliardi da qui ai prossimi tredici mesi? I rendimenti torneranno a schizzare verso l’alto in assenza di domanda sostitutiva? Lo sapremo vivendo. Per ora, sappiamo che gli istituti di credito hanno in mano quasi un quarto del nostro debito circolante, un potere di ricatto immenso verso qualsivoglia governo. In pratica è come se il 25% delle azioni di Italia spa fossero in mano ad un unico azionista. Sarà un caso, ma la rivalutazione delle quote di Bankitalia e gli sconti fiscali approvati con la legge di stabilità per 20 miliardi potrebbero essere solo una parziale restituzione del favore della politica a chi l’ha salvata dal compito di dover dichiarare altrimenti default.

E se l’impennata dello spread è stato l’indicatore pilotato dell’arrivo dei guai per il nostro paese, ora il suo ridimensionamento non porta buone notizie. E’ solo il segno che le banche hanno tutto sotto controllo. I titoli in sè potrebbero rappresentare ben altro che il mero investimento, ma un’arma da brandire contro Palazzo Chigi e contro una politica esautorata sempre più e condizionata dai diktat finanziari e bancari. Non è un caso che gli ultimi ministri dell’economia e delle finanze provengano tutti dal mondo bancario e che fino a qualche giorno fa si caldeggiava il ritorno di Mario Monti in sostituzione di un claudicante Fabrizio Saccomanni. Gli azionisti non pretendono solo utili, ma anche loro uomini ai vertici dell’azienda Italia.

Giuseppe Maneggio

 

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