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Roma, 23 ago – Mai come in questi mesi la percentuale dei contratti collettivi scaduti è stata così elevata. Un fenomeno che, secondo i sindacati, nei primi otto mesi dell’anno ha coinvolto quasi l’80% dei lavoratori dipendenti. L’esecutivo deve intervenire, dato che le parti sociali da sole non hanno saputo trovare la quadra.

Contratti collettivi: una situazione impietosa

Partiamo dalle cifre. Secondo l’undicesimo Report periodico dei contratti collettivi del Cnel, “il 61,6% dei contratti collettivi nazionali di lavoro risulta scaduto alla data del 30 giugno 2020. Gli accordi in attesa di rinnovo sono 576 su 935″. Le cifre si avvicinano a quelle denunciate dai sindacati se consideriamo che “in attesa del rinnovo contrattuale ci sono oltre 10 milioni di lavoratori privati (il 79,2%) che salgono a più di 13 milioni se si aggiungono i circa 3,2 milioni di dipendenti pubblici. I settori interessati riguardano l’agricoltura, il florovivaismo e fioricoltura, i chimici, i metalmeccanici (l’unico di cui è in corso la trattativa), il tessile e la moda, commercio e agenti di commercio, i lavoratori dello spettacolo, la Rai, trasporto e logistica, i marittimi, i bancari, quelli della sanità”. I salari si ritrovano stretti tra l’incudine della cassa integrazione e il martello del mancato rinnovo dei contratti collettivi nazionali.

I contratti collettivi hanno avuto ed hanno una grande importanza nella tutela dei diritti dei lavoratori su tutto il territorio nazionale. Furono introdotti dal fascismo (Carta del Lavoro pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 100 del 30 aprile 1927) e finita la seconda guerra mondiale cancellati per volontà dei “sindacati  democratici e antifascisti”. Dopo il 1968 gli antifascisti ci ripensano e ne chiedono a gran voce l’introduzione. Questo breve excursus storico ci serve per capire che dopo quasi un secolo non è stato trovato uno strumento altrettanto efficace.

Sfortunatamente in Italia abbiamo i tecnici a cui qualche sciagurato affida ruoli importanti. E’ il caso proprio del Cnel, che è stato messo nelle mani di Tiziano Treu: ricordate bene, si tratta dell’ex ministro del Lavoro che verrà ricordato per essere il padre politico degli stage.

Non soddisfatto del “contributo dato alla patria” ha pensato bene di dare ancora qualche buon consiglio. Pertanto l’accademico “riformista” ha preso la palla al balzo annunciando “la necessità di definire di elementi comuni, nuovi diritti, come quello alla formazione, o le regole del lavoro agile, da includere nella contrattazione”. In pratica i contratti collettivi non servono più, abbiamo bisogno di soluzioni nuove. L’intenzione è buona. È sempre bene guardare avanti ma, se a guidarci è un cieco, il rischio di andare a sbattere è notevole. Il pacchetto Treu è lì a ricordarcelo.

Le categorie più danneggiate

Intanto, mentre il presidente del Cnel è proiettato verso il futuro, molti lavoratori dipendenti sono costretti a tirare la cinghia a causa dei contratti collettivi in scadenza. Per ora le categorie più danneggiate sono quelle che fino a pochi mesi fa abbiamo incensato. Prendiamo ad esempio il caso dei dipendenti della sanità privata: l’attesa per la firma sotto il rinnovo del contratto Aiop – Aris della sanità privata sembra non conoscere fine. “Entro il 30 luglio – dichiara il segretario nazionale dell’Ugl Sanità Gianluca Giuliano – doveva essere stipulato il contratto dopo la pre-intesa che avevamo sottoscritto il 10 giugno. Sono 14 anni che gli operatori di questo comparto, che hanno dato oltremodo prova di coraggio e professionalità nell’emergenza legata al propagarsi del Covid-19, attendono un gesto che darebbe loro il giusto riconoscimento economico e restituirebbe la dignità che meritano”. Purtroppo però, ancora nessuno ha stabilito chi deve mettere i soldi sul piatto. Ci sono in ballo circa 300 milioni di euro di cui dovrebbero farsi carico le strutture private, visto che la metà dei costi dei costi gravano sul ministero della Salute di concerto con le regioni. Stiamo parlando di circa 100mila dipendenti della sanità privata che chiedono da anni di essere equiparati a coloro che operano nel pubblico. Non si capisce infatti, perché un infermiere di una grande struttura pubblica deve avere un trattamento migliore di un suo collega che lavora in una clinica privata. Gli introiti di quest’ultime derivano in gran parte dai ricavi per prestazioni svolte per conto del Servizio Sanitario Nazionale.

Passando dal particolare alle questioni generali, questo vuoto normativo (rappresentato dal mancato rinnovo dei contratti nazionali) può aprire la strada al salario minimo orario imposto per legge tanto voluto dal Movimento 5 Stelle.

È in arrivo il salario minimo?

A sollevare questo dubbio è La Meta Sociale (organo dell’Ugl): “Il governo si è limitato a raddoppiare per il solo 2020, la quota esentasse di beni e servizi erogabili direttamente dalle aziende ai propri dipendenti: la nuova soglia è stata fissata a 516,46 euro. Il problema, però, è l’esiguità dello stanziamento, appena 12,2 milioni di euro, utili a coprire circa 47mila posizioni. È sufficiente quindi che un paio di grandi aziende sottoscrivano un accordo collettivo per lasciare tutte le altre senza risorse. Sullo sfondo, intanto, resta lo spettro del salario minimo orario per legge, tema particolarmente caro alla ministra del lavoro, Nunzia Catalfo, ma meno alle parti sociali”. Se le cose dovessero andare così i contratti collettivi andrebbero consegnati alla storia al suo posto avremo il salario minimo orario. Vediamo meglio di cosa si tratta.

L’art. 2 del d.d.l. voluto dai pentastellati prevede un salario minimo orario di 9 euro al lordo delle ritenute previdenziali che corrisponde a circa 12 euro di costo diretto aziendale (considerando solo il carico dei contributi mensili e non i costi differiti o indiretti come le mensilità aggiuntive e il Tfr). Con questo orientamento il salario minimo sarebbe imposto per legge, e non più delegato alle parti sociali la sua contrattazione.

Detto così sembrerebbe una buona idea, ma in molti hanno espresso dei dubbi in merito. A mettersi di traverso non sono stati solo i sindacati che vedrebbero indebolito il loro ruolo politico. Ad esempio, per i consulenti del lavoro si tratterebbe di un meccanismo rischioso che potrebbe costringere molti lavoratori ad accettare retribuzioni bassissime perché non assistiti da contratti collettivo. Inoltre, il presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, ha sottolineato che questo provvedimento potrebbe danneggiare anche le imprese “creando un innalzamento delle retribuzioni anche dei lavoratori più qualificati, per via di una sorta di effetto rimbalzo che potrebbe provocare un ulteriore aumento del costo del lavoro per le imprese”. Infine, il calo del peso fiscale per i lavoratori deve essere applicato anche alle imprese. Come si vede il reddito minimo rischia di essere l’ennesimo provvedimento spot dei grillini. In assenza di “una cultura delle relazioni industriali” il reddito che sia minimo o di cittadinanza serve solo ad ottenere molti like sui social, senza migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Salvatore Recupero

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