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Certificati di credito fiscaleRoma, 24 feb – Prende sempre più piede in Italia l’idea dei cosiddetti “Certificati di credito fiscale” (Ccf), originariamente proposti dall’economista Marco Cattaneo e poi successivamente da Sylos Labini, Luciano Gallino fino ad arrivare al Movimento 5 stelle che ne fa la base della sua proposta recentemente elaborata da Nino Galloni in un documento che propone di realizzare con essi 500 miliardi di investimenti per rilanciare l’economia nazionale.

Facciamo un passo indietro: cosa sono i Ccf? Fondamentalmente, sono dei titoli finanziari che non pagano alcun interesse -e per questo non possono essere conteggiati all’interno del debito pubblico-, ma sono accettati per legge dallo Stato in pagamento delle sue spettanze quali imposte, tasse, bolli, ticket, multe.

Quello che rende la proposta interessante è però il fatto che i Ccf non sono accettati da subito, ma per esempio un paio di anni dopo l’emissione. E’ qui che sta il vero nocciolo della questione: una volta usati per pagare le tasse, questo crea ovviamente un buco nel bilancio pubblico, ma se nel frattempo il Pil è cresciuto proprio per effetto di questa spesa, allora il danno può essere almeno in parte riassorbito. In effetti, questi titoli potrebbero essere spesi subito, perché le banche li sconterebbero come dei normali titoli a due anni (porti 100 euro di Ccf in banca e ti danno 99 euro cash), di fatto questo sarebbe un trucco per “stampare moneta” pur rimanendo nell’Euro.

Apparentemente, l’idea è geniale: il problema dell’eurozona è un problema di competitività, il quale può quindi essere risolto solo in tre modi: svalutando il cambio, abbassando il costo del lavoro o incrementando la produttività. Con i Ccf si potrebbero contemporaneamente fare investimenti anche massicci -Galloni propone 100 miliardi all’anno per 5 anni- rispettando di fatto i parametri di Maastricht sul deficit.

I conti tornano, perché il moltiplicatore fiscale in Italia è di almeno 1.5, ovvero incrementando la domanda aggregata di 100 euro si ottiene un aumento del reddito nazionale di 150 euro. Dato che la pressione fiscale effettiva è intorno al 55% del Pil, vuol dire che ogni 100 euro di Certificati di credito fiscale emessi generano entrate per 82.5 euro, quindi il “buco” sarebbe in grande parte riassorbito rispettando il limite del deficit pubblico annuale al 3%.

Questo in particolare se l’emissione fosse oculata ed indirizzata verso quei settori avanzati che sono capaci, nel medio-lungo periodo, di generare un moltiplicatore ben più alto, come infatti propone Galloni che, da keynesiano, sa di cosa parla: energia, trasporti, telecomunicazioni, ricerca, ambiente. Quindi, ricapitolando: pur rimanendo nell’euro si possono fare gli investimenti, tornare a crescere, pompare domanda nel sistema, pagare i fornitori della pubblica amministrazione e tornare competitivi.

La domanda però che bisogna porsi è: dove è la fregatura? La peggiore sinistra radical chic pubblica su Micromega un appello contenete una proposta apparentemente geniale per salvare capra e cavoli senza fare a schiaffi con la Troika e non c’è nessun problema? Nemmeno se l’idea è considerata geniale da Beppe Grillo, ovvero il re dei bluff? In realtà, questa proposta contiene un piccolo problema, un non detto grande come una casa: presuppone implicitamente che la Bce ed in generale il sistema bancario europeo siano d’accordo con la mossa.

Infatti, si dà per scontato che le banche accetteranno di scontare i Ccf come dei normalissimi bond, ma questo è vero solo ed esclusivamente se a sua volta la Bce li accettasse eventualmente come collaterale per erogare finanziamenti alle banche medesime. Abbiamo visto cosa succede in Grecia: la Bce ha deciso unilateralmente che non accetterà più gli asset normalmente utilizzati dalle banche greche per finanziarsi. E senza riserve, le banche greche non potranno più accedere al mercato interbancario ne garantire ai correntisti la liquidità necessaria alla vita di tutti i giorni.

E quindi si svela l’arcano: quella dei Certificati di credito fiscale è letteralmente una proposta paraculata per salvare l’euro e l’Ue mettendoci una pezza sopra fatta propria da quegli ambienti che sostengono Syriza e Podemos, e che in Italia fanno capo alla peggior retorica euro-federalista in stile “manifesto di Ventotene”.

Non che la cosa sia impossibile, la Bce di Draghi (o chi per lui) potrebbe anche decidere di accettare. In cambio di cosa, però? Non siamo per il momento in grado di rispondere a questa domanda. Avevamo già parlato dei gattopardi, ovvero di quelli che vogliono uscire dall’euro mantenendo il mercato unico europeo, ed ora ci accorgiamo che esiste un’altra categoria di persone di cui diffidare: i gattopardi di solito stanno a destra, i paraculi tradizionalmente a sinistra.

Matteo Rovatti

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