Berlino, 9 mar – Donald Trump ha firmato oggi il decreto presidenziale con il quale gli Stati Uniti applicheranno dazi doganali su acciaio (al 25%) e sull’alluminio (al 10%). Una mossa già annunciata e preparata da tempo, almeno da quando con la prima “tornata” Washington aveva, lo scorso dicembre, messo nel mirino pannelli solari e lavatrici.

La scelta di puntare sull’acciaio e, in misura minore, sull’alluminio, non è certo casuale. Assieme ai già citati pannelli solari, i prodotti siderurgici e metallurgici sono infatti una delle categorie sulle quali la concorrenza cinese è più agguerrita. Una concorrenza da più tardi accusata però di slealtà: i produttori di Pechino e dintorni lavorano da tempo sotto costo, con ampi sussidi pubblici che hanno l’obiettivo di spiazzare i competitori del resto del mondo. Una strategia che industrialmente ha fino ad oggi pagato, al prezzo però di ridurre ai minimi termini le produzioni occidentali. Uno sgradevole effetto collaterale dell’apertura delle frontiere e al quale Trump, optando per la irta quanto necessaria strada dei dazi, intende porre fine.

Se quella del presidente americano è una scelta drastica, rappresenterà allo stesso tempo l’unica difesa contro forme estreme di concorrenza sleale che certo non giovano all’economia. Non sorprende in tal senso la piccata reazione dell’Ue che si dichiara “pronta a reagire con una risposta chiara e ferma”. In che modo? A spiegarlo, guarda caso, è la Germania: “I dazi sono illegali e colpiscono i consumatori. L’Ue troverà una risposta comune”, ha affermato Georg Streiter, portavoce di Angela Merkel. E la Confindustria tedesca rilancia, parlando di un vero e proprio “affronto”.

Parole dure, specialmente da parte tedesca, le quali però tradiscono un’irritazione di fondo molto ideologica e poco pragmatica (se non per gli interessi di Berlino). Stiamo infatti parlando della stessa Germania che sulla concorrenza sleale, al pari della Cina, ha costruito la propria potenza economica fatta di una moneta sottovalutata in grado di generare surplus commerciali al di fuori di qualsiasi parametro – ivi compresi quelli Ue – sostenibile sul lungo termine. Una corsa al rialzo che non ha trovato alcun freno, nemmeno nel tentativo da parte della Merkel (insieme ad altri paesi nordici) di spingere perché l’Ue riconoscesse alla Cina lo status di economia di mercato. Una mossa che avrebbe spalancato le porte europee ai prodotti di Pechino decretando così la fine di buona parte della nostra industria. Il tentativo è fortunatamente naufragato lo scorso autunno, ma resta – ce lo conferma la reazione isterica ai dazi Usa – l’avversione tutta tedesca per le sacrosante politiche commerciali difensive. D’altronde, sul fregare i propri partner la Germania ha fondato un impero.

Filippo Burla

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  1. Bellissimo articolo che spiega molto bene perchè i paesi devono proteggere i loro lavoratori con le tariffe, quando si è in presenza di paesi furbetti che creano deserti economici nelle altre nazioni

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