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debito pubblico regno d'italiaRoma, 16 apr – Per comprendere bene una materia ostica come quella debito pubblico dobbiamo ripescare il modello postkeynesiano del cosiddetto “circuito monetario”, che ha il pregio di non essere così semplice e quindi maggiormente capace di adattarsi ad una realtà sempre mutevole.

Prendiamo il caso di una economia in cui ci sono solo banche, imprese e lavoratori. Come noto, le banche creano moneta per mezzo del credito e la consegnano alle imprese, le quali possono o investire (ordinare beni capitale) oppure pagare i lavoratori. Dato che però anche le ordinazioni di macchinari ed altro rimangono all’interno del sistema delle imprese, allora possiamo presumere che alla fine tutta la moneta creata finisca temporaneamente nelle tasche dei lavoratori.

Ovviamente, al termine del ciclo di produzione, le imprese devono vendere quanto realizzato, e sorge un problema: in aggiunta alla cifra inizialmente creata dalle banche è necessario che nel sistema ci siano abbastanza soldi sia per pagare gli interessi alle medesime sia per realizzare profitti monetari. Esiste quindi fisiologicamente un “buco” della domanda aggregata che tende ad allargarsi all’aumentare della propensione al risparmio delle famiglie, la quale a sua volta, ovviamente, genera disoccupazione. Non ci stancheremo mai di ripetere che le imprese assumono se e solo se hanno la prospettiva di fatturare, e se la disoccupazione aumenta, aumenta anche la propensione al risparmio e quindi la disoccupazione medesima.

Ci sono però almeno tre modi per ovviare al problema.

Il primo è che le banche creino moneta per finanziare altri tipi di attività improduttive: mutui a scopo abitativo, credito al consumo, speculazione finanziaria e così via.

In questo modo, nel sistema esisteranno altri soldi che potranno all’occorrenza essere spesi per colmare questo “buco”, ma è estremamente pericoloso (come oramai dovrebbe essere noto ai più) lasciare alle banche le mani libere in questo genere di operazioni. Senza contare che, in effetti, se tutta la moneta in circolazione viene da un debito, non è matematicamente possibile la formazione del risparmio diffuso, che è alla base della capacità delle famiglie di programmare il proprio futuro, e quindi di provvedere al proprio benessere. È infatti desiderabile che le famiglie spendano meno di quanto guadagnino, come è noto, ma se il debito è l’unica forma di moneta esistente questo è ovviamente impossibile.

Non va meglio nel caso in cui questi soldi vengano dall’estero, perché solo un tedescofilo riesce a credere credere che tutte le economie del mondo possano essere al contempo in surplus commerciale.

Rimane quindi solo l’eventualità che lo Stato spenda più di quanto incassa con il proprio sistema tributario, lasciando la differenza nelle tasche di famiglie ed imprese. È questo, alla fin fine, il motivo macroeconomico per qui praticamente tutti gli Stati sono sempre più o meno in deficit di bilancio, e non riescono a mantenere il pareggio se non per al massimo qualche anno di fila (in assenza di surplus commerciali importanti): il deficit pubblico è funzionale al surplus di imprese e famiglie, ed un’economia monetaria di produzione funziona solo se imprese e famiglie sono (mediamente) in surplus, ovvero guadagnano più di quanto spendono. Per questo, quando scoppia una bolla finanziaria figlia della deregolamentazione del settore, o immobiliare che innesca una spirale recessiva, l’unica soluzione razionale è quella di lasciare crescere il deficit pubblico e pompare domanda aggregata nel sistema in modo da indurre le imprese ad assumere.

Certamente, non è però vero che lo Stato può spendere ad libitum e fare tutto il deficit che vuole, perché tendenzialmente l’incremento della domanda aggregata ha, o può avere, anche effetti inflattivi. Dipende dal tasso di disoccupazione, perché più è alto più l’offerta (le imprese) riusciranno ad adeguarsi velocemente alla nuova domanda, ma comunque il rischio esiste. Se non altro perché l’aumento dell’occupazione porta anche almeno tendenzialmente alla crescita delle retribuzioni medie per effetto della scarsità relativa del lavoro, e questo può avere effetti inflattivi. Proprio per questo bisogna pensare al deficit pubblico come uno strumento atto a finanziare quegli investimenti di lungo periodo in infrastrutture di base su cui si fonda l’economia reale, e che hanno l’effetto di incrementare viceversa la produttività del lavoro, che è l’unica cosa che può rendere sostenibile l’aumento dei salar, essendo una “forza” deflattiva in quanto aumenta l’efficienza complessiva del nostro sistema.

Il problema, in questo caso, è se il disavanzo pubblico viene finanziato dalla banca centrale oppure dalle banche ordinarie attraverso l’acquisto delle obbligazioni emesse dal Tesoro. Da quando abbiamo scelto la seconda strada nel 1981, abbiamo pagato oltre 3000 miliardi di interessi, per cui si può dire che il nostro debito pubblico sia in buona parte un debito generato da un altro debito e così via iterativamente.

Dal 1982 al 19992, il rendimento medio dei titoli di Stato italiani al netto dell’inflazione è stato del 5%, e questo ha portato al raddoppio del debito pubblico nello stesso periodo (in rapporto al Pil). Negli anni ’90 questo ha portato una spesa pubblica per interessi pari al 10% del prodotto interno lordo.

Si può dire che questa valanga di miliardi in fondo non rappresenti altro che la remunerazione del risparmio degli Italiani, e che quindi alla fin fine sia solo una sorta di partita di giro fra lo Stato ed i cittadini. Questo poteva essere vero prima dell’euro, quando solo gli italiani compravano le obbligazioni pubbliche in quanto gli stranieri se le vedevano svalutate. Con l’euro, oltre il 40% del debito pubblico nel periodo pre-crisi era detenuto all’estero. Inoltre, si trattava quasi esclusivamente di Btp, che pagano tendenzialmente molto di più dei Bot o dei Cct.

Iniziamo quindi a capire meglio perché il debito pubblico è una truffa: sono gli investitori internazionali che lucrano sul nostro debito pubblico. Per questo i nostri governi si sono impegnati dal 1992 a mantenere un avanzo primario costante, ovvero a far sì che la spesa pubblica al netto degli interessi sia sempre inferiore al gettito fiscale. In altre parole, hanno pervertito il ruolo dello Stato che è diventato una sorta di idrovora finanziaria che succhia il sangue dell’economia reale per pagare gli investitori. Esteri, in larga parte.

Infatti il Btp italiano, ed in generale i titoli di Stato occidentali, sono alla base del cosiddetto “sistema finanziario ombra”: dieci o dodici mega banche; alcune centinaia di fondi hedge di Wall Street e della City di Londra; grandi assicurazioni; fondi sovrani.

Manmohan Sing, economista del Fmi, ha calcolato che i titoli di Stato servono a queste istituzioni come garanzie per ipoteche multiple per operazioni finanziarie di brevissima durata che generano quindi profitti pari ad un multiplo della garanzia iniziale. Un miliardo di Btp può quindi generare profitti per tre, quattro o cinque miliardi ai padroni delle ferriere. Il debito pubblico è la base della più colossale speculazione della storia perché funge da collaterale, ovvero da pegno, per il sistema finanziario occidentale.

Questo è il vero motivo per cui il deficit pubblico -che abbiamo visto essere necessario allo sviluppo- viene finanziato emettendo obbligazioni e non stampando moneta: sul debito pubblico usato come collaterale prospera il più grande mercato della storia, quello dei derivati, il cui volume complessivo pare essere qualcosa come una decina di volte il Pil mondiale, ovvero un 700 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari e rotti.

La tanto virtuosa economia teutonica, quella che ci offre pelose lezioncine su come lavorare, è ancor più marcia di quella americana, almeno al livello di quella britannica, e la prova risiede nel fatto che solo la Deutsche Bank detiene in portafoglio 55 trilioni di derivati, ovvero 20 volte il Pil Germania, la maggiore potenza industriale europea. E’ questo il motivo per cui la Merkel sta massacrando la Grecia, altro che i terroni dell’Europa che hanno truccato i conti, hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, non hanno approfittato del “dividendo dell’Euro”. Qualunque esso sia.

Matteo Rovatti

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