Decreto IlvaRoma, 3 mar – La Camera dei deputati ha approvato il decreto per il salvataggio dell’Ilva. Sono stati 284 i sì, 126 i no (M5, Lega e Sel), mentre i parlamentari di Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono astenuti. Viene così convertito in legge il decreto approvato dal governo nel dicembre scorso.

Il decreto Ilva prevede una serie di misure volte a recuperare la produttività dello storico sito tarantino. In primo luogo la conclusione delle prescrizioni contenute nell’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, che dovranno essere concluse entro l’agosto del 2016. Un anno e mezzo di tempo quindi per tentare di far convivere salute e tutela dell’ambiente con la produzione di acciaio.


Secondo punto riguarda la gestione commissariale. All’Ilva vengono infatti estese le procedure previste dall’amministrazione straordinaria, con la nomina dei commissari cui sono attribuiti poteri speciali ed importanti risorse finanziarie. Sarà lo Stato a metterle a disposizione: anzitutto 156 milioni da parte di Fintenca, la controllata di Cassa depositi e prestiti che fra le altre cose detiene anche la maggioranza del gruppo Fincantieri, poi la garanzia pubblica su 400 milioni di finanziamenti cui potrà accedere l’organo di gestione, in terzo luogo la facoltà di disporre degli 1.2 miliardi sequestrati ai Riva e attualmente in parte presso il Fondo uno del ministero della Giustizia e in parte depositati presso conti svizzeri.

Disposizioni anche per l’indotto, per il quale sono stanziati 35 milioni a garanzia per l’accesso al credito. E’ inoltre prevista l’interruzione delle cartelle esattoriali nonché dei tributi fino a fine anno.

“L’Ilva sarà un’azienda molto liquida e nei prossimi mesi potrà fare il risanamento ambientale e gli investimenti necessari”, ha spiegato il sottosegretario dalla presidenza del Consiglio, Graziano del Rio. Gli investimenti riguardano la produzione, che negli ultimi anni è scesa sotto il minimo vitale degli 8-9 milioni di tonnellate. Ad oggi il siderurgico ne produce non più di 6.5, bruciando più di 20 milioni di euro al mese. Senza l’intervento del governo, l’Ilva sarebbe tecnicamente fallita. L’ingresso dello Stato, da parte sua, non è una vera e propria nazionalizzazione: l’obiettivo è garantire la continuità produttiva e procedere al risanamento ambientale utilizzando in gran parte le somme dei Riva, per poi tentare la vendita ad un gruppo privato. In prima fila la lussemberghese ArcelorMittal.

Il diavolo si nasconde tuttavia nei dettagli: riuscirà l’Ilva a recuperare le quote di mercato perdute? Con la prevista -ma non ancora decisa- chiusura dell’area a caldo il siderurgico riuscirà a mantenere il suo vantaggio competitivo, fondato sulla capacità di produrre in tempi brevi e con buoni standard qualitativi? Interrogativi essenziali per il futuro e ai quali sarà la gestione commissariale a dover rispondere.

Filippo Burla

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