Roma, 20 nov – Il settore dell’automotive? Praticamente dimenticato nella manovra che il governo si appresta a presentare in parlamento. Questa la denuncia delle associazioni imprenditoriali che rappresentano in Italia le filiere del comparto, un tempo fiore all’occhiello della manifattura tricolore.



“Nonostante l’attiva partecipazione ai lavori del ‘Tavolo Automotive’ abbia prodotto diverse proposte di intervento, sia di politica industriale per la riconversione della filiera automotive, che di pianificazione pluriennale di sostegno all’acquisto di veicoli a zero e bassissime emissioni per cittadini ed imprese, le Istituzioni, in occasione della programmazione economica del Paese, sembrano non intenzionate ad intervenire” si legge nella nota congiunta diffusa da Anfia, Aniasa, Assofond, Federauto, Motus-E, Ucimu e Unrae.

Quel che manca è “un intervento strutturale nella Legge di Bilancio”, spiegano. Valga, soprattutto, l’assenza “di misure specifiche nel PNRR nella componente “transizione energetica e della mobilità sostenibile”. In questo modo l’Italia diventa l’unico Paese europeo, con un’importante vocazione manifatturiera automotive, che non sostiene ed instrada il consumatore verso l’acquisto di auto e veicoli commerciali a zero e bassissime emissioni, né interviene con specifiche misure di salvaguardia dei livelli occupazionali”, prosegue il comunicato diffuso nella giornata di ieri.

La lunga agonia dell’automotive italiano: il Recovery Fund sarà il colpo di grazia?

Il rischio, stando alle associazioni di settore, è quello di ingenerare gravi impatti sul mercato, con importanti ripercussioni anche sulla filiera. O quello che ne rimane. L’automotive tricolore è infatti da tempo in estrema difficoltà. Basti pensare che nei dieci anni prima della pandemia la produzione di veicoli in Italia si era già ridotta del 50%. Gli stabilimenti lungo la penisola, insomma, hanno sfornato metà delle auto: da una media superiore al milione l’anno prima del 2007 a poco più di 500mila nel periodo che va fino al 2017.

Numeri di fronte ai quali non bastano misure di piccolo cabotaggio, come i vari bonus erogati a più riprese nel corso del tempo. Manca del tutto una strategia ad ampio respiro, capace di ricollocare l’Italia nelle catene del valore globali. Al contrario, subiamo senza colpo ferire: valga su tutti la “fusione” (in realtà acquisizione ostile da controparte francese) che ha portato Fiat nelle mani di Peugeot senza che Palazzo Chigi proferisse mezza parola. Nel frattempo, oltreconfine si attrezzavano per cogliere – al di là di ogni discorso sulla sua utilità in chiave ambientale – l’opportunità della transizione energetica, che nel settore fa rima con auto elettrica. La compreremo all’estero, lasciandoci in cambio uno scenario di deindustrializzazione e disoccupazione. Per il quale pagheremo profumatamente via Recovery Fund.

Filippo Burla

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4 Commenti

  1. Viaggia attraverso l’ Europeona con la macchina elettrica, senza contanti e mangiando da schifo… Non ti capiti mai di fermarti da certe parti perché son cazzi e ti raccontano quella dell’orso !! Ma non dovevamo smettere di “fumare”?

  2. Con Letta legato a doppio filo con la Francia; con Mattarella legato a triplo filo con la Francia (il trattato siglato con Macron è di questi giorni); con Draghi… Vabbè, ci siamo capiti; con un sinistra al governo il cui retaggio è un PCI che inviava in Francia i terroristi che avevano bisogno di riparo (anche l’attore Gian Maria Volonté traghettò brigatisti col suo yacht in Francia), chi si meraviglia che Palazzo Chigi non abbia proferito parola? Chi si meraviglia che questa coalizione di governo sia genuflessa di fronte alla Francia alla quale è stata ceduta anche la Borsa di Milano senza un fiato?

    • Non mi ricordavo più di G.M. Volonté…, bravo. Ricambio segnalandoti che non era il PCI, quanto piuttosto il PSI (dai tempi Mancini, De Martino), ed i pariti ultra-suoi accoliti, a coprire, nascondere, aiutare, riemergere… Mi son sempre chiesto come mai il periodo delle stragi sia terminato solo con Craxi.

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