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Graziano Del Rio: “La privatizzazione di Ferrovie non serve a far cassa”. E a cosa, allora, se la cessione è fatta solo per ridurre il debito?

Roma, 3 dic – La privatizzazione di Ferrovie dello Stato tiene ancora banco nella discussione politica. L’annunciata volontà, da parte del governo, di cedere il 40% del gruppo ferroviario, ha trovato compatti nel fronte del “No” i sindacati, che si oppongono a spezzatini aziendali e incalzano il ministro Del Rio riguardo la scelta.

I sindacati sono stati ricevuti negli uffici del ministero, per un incontro interlocutorio, questa mattina. La riunione non sembra però aver sortito gli effetti sperati. “Sul mercato va il 40%, di cosa non è chiaro. Il ministro dice che vedono la privatizzazione come un processo di sviluppo industriale dell’azienda. Noi speriamo che il tempo, visto che non si tratta di un processo rapido, faccia capire al governo che il gioco non vale la candela“, ha detto il segretario della Fit-Cisl, Giovanni Luciano, che spiega: “Noi siamo d’accordo sul fatto che la rete resti pubblica, non siamo invece d’accordo sulla disintegrazione dell’azienda: se si farà la privatizzazione della sola Trenitalia avremo grandi difficoltà a essere d’accordo”. Gli ha fatto eco Franco Nasso, Cgil: “Siamo convinti che la privatizzazione in sè e un errore, e le cose che stanno venendo fuori confermano questa opinione. Fs è in un processo di risanamento importante che sta dando risultati positivi e non è ancora concluso, una privatizzazione mal fatta rischia di rimettere in crisi il sistema“.

Ai dubbi dei sindacati ha risposto direttamente Del Rio, intervenendo su Repubblica Tv: “La privatizzazione è un mezzo, non un fine. E il fine è quello di migliorare il servizio ai passeggeri”, ha spiegato. “Ci sono ancora passi da fare – ha continuato Del Rio – in particolare per il trasporto regionale e il trasporto merci. Servono investimenti per colmare questi ritardi”.

Oltre alla futura gestione del servizio, una delle questioni aperte riguardo la privatizzazione è relativa all’incasso per il ministero. Anche qui, i sindacati esprimono forti dubbi: “Si fa questa operazione per una raccolta che nella migliore delle ipotesi non supera i 3-4 miliardi di euro“, afferma Luciano, mentre per Claudio Tarlazzi della Uil la quotazione “un’operazione per fare cassa, non ha nessuna valenza strategica o industriale“.

Del Rio ha provato a rispondere anche a queste ultime obiezioni. Gli effetti, tuttavia, sembrano più comici che altro. Sempre dagli studi di Repubblica Tv, il ministro ha infatti spiegato che la privatizzazione “non serve a far cassa, ma serve a mettere al centro il passeggero, a potenziare i servizi e a sostenere un piano industriale per mettere al centro queste cose”. Tralasciando il fatto che il passaggio da un monopolio naturale ad un oligopolio privatistico è sempre delicato (e in Italia, Corte dei Conti dixit, non ha quasi mai prodotto alcuna efficienza per chi usufruisce del servizio), fa sorridere l’affermazione per cui non vi sarebbe alcun collegamento fra quotazione delle Ferrovie in borsa e riduzione del debito pubblico. La correlazione non solo non è una speculazione, ma un vero e proprio programma di governo: numerosi documenti di finanza pubblica hanno sempre fissato degli obiettivi a livello di introiti dalla cessione delle partecipazioni, specificando che questi sarebbero andati – per norma di legge – ad aggredire la mole di debito. E’ in quest’ottica che vanno lette le cessioni di Fincantieri, di Poste Italiane. E anche, checché ne dica Del Rio, di Ferrovie dello Stato.

L’effetto comico non termina però con l’acrobazia che sfocia in falsità. C’è di più. E’ lo stesso Del Rio, infatt, a riconoscere che l’eventuale introito dalla privatizzazione delle Ferrovie “sarebbe una cassa esigua per il debito italiano”. Ma va?

Filippo Burla

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