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Deutsche Bank -derivatiFrancoforte, 8 ott – Deutsche Bank sta vivendo uno dei momenti peggiori della sua storia. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt,  i vertici della grande industria tedesca si sono incontrati per mettere a punto un piano di sostegno alla banca di Francoforte. In questi giorni un po’ tutti i big della finanza si sono espressi sulle possibili conseguenze di questa crisi. È necessario però capire la genesi di questo disastro, onde evitare che si ripeta altrove. La Deutsche Bank viene accusata dalla Bafin, (l’Autorità tedesca di vigilanza sui mercati) di aver contabilizzato “in modo fuorviante” ben trentasette operazioni finanziarie, trasformando i crediti in prodotti derivati. Il più grande istituto bancario tedesco, però, non è la prima volta che compie azioni di questo tipo.



Correva l’anno 2008, il Monte dei Paschi sotto la guida di Giuseppe Mussari ha acquistato Antonveneta a un valore doppio di quello di mercato: l’anno si è chiuso con un calo del titolo del 49% e dei profitti del 47%. Nello stesso periodo, la banca ha maturato una perdita di 367 milioni su un contratto derivato aperto con Deutsche Bank e relativo a una quota del Monte dei Paschi in Intesa SanPaolo. Per salvare la pelle i vertici di Rocca Salimbeni cercano un gentlemen agreement con i tedeschi. Ed è in questa fase che i teutonici fanno un bel regalo ai senesi: un derivato per oscurare le perdite della banca più vecchia del mondo. Nacque così l’operazione Santorini, dal nome della vulcanica isola greca attribuito a un veicolo finanziario irlandese. Monte dei Paschi acquista una quota in Santorini nel 2006, ma le operazioni partono nel 2008 quando Deutsche apre due opzioni (digital option) con la banca senese sull’andamento dei tassi di interesse legati all’euro. Insomma una scommessa per ripianare i debiti. Un do ut des che secondo Bloomberg, sarebbe servito per nascondere le perdite riportate dall’istituto senese in precedenti operazioni di trading.

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E veniamo ai giorni nostri in cui la Deutsche Bank si mostra come “un gigante con i piedi d’argilla”, per usare le parole del direttore generale del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde. L’agenzia Bloomberg rivela che lo “schema Santorini” non era una prassi insolita per l’istituto tedesco. A riportarlo sarebbero le carte di un’inchiesta ordinata sull’argomento dalla Bafin. La verifica è stata effettuata dalla società di revisione contabile Peters Schoenberger & Partner e si è conclusa nel dicembre 2014. Secondo questa perizia la banca tedesca avrebbe trattato centotre operazioni simili a Santorini, per trenta clienti, con un valore complessivo di 10,5 miliardi di euro. Tali operazioni si sono svolte tra il 2008 e il 2010 con numerose banche in tutto il mondo. Ovviamente tali operazioni erano tenute tutte fuori dal bilancio. L’istituto di Francoforte avrebbe poi messo in regola la contabilizzazione di trentasette trade nel 2013, tra cui quello di Mps . La regolarizzazione li avrebbe trasformati da crediti tenuti fuori dai bilanci, in derivati. La presenza di prodotti finanziari altamente complessi e illiquidi nel bilancio di Deutsche Bank è stata più volte indicata come una possibile fonte di rischio sistemico per il sistema creditizio europeo. L’istituto tedesco avrebbe circa ventinove miliardi di euro lordi in asset di livello tre, i più difficili da valutare: il loro valore di mercato effettivo sarebbe di circa sedici miliardi di euro.

In sintesi, il sistema bancario tedesco credeva di possedere una cassaforte, salvo poi rendersi conto che all’interno c’era solo carta straccia. Il meccanismo infernale dei derivati colpisce ancora. E con buona pace dei teutonici non c’è nessuna zona franca.

Recupero Salvatore

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