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draghi quantitative easingFrancoforte, 8 ott – Per la gioia delle borse e delle speculazioni sulle spifferate, il Quantitative Easing targato Bce e Mario Draghi andrà avanti ad oltranza. “Fino alla fine di marzo, o oltre se necessario”, ha spiegato il presidente dell’istituto di emissione, smentendo le ipotesi di una riduzione dell’impegno dell’Eurotower sull’allentamento monetario. Nonostante l’inflazione rimanga bassa, Draghi è convinto che il Quantitative Easing permetterà all’inflazione di risalire “nei restanti mesi del 2016”, per poi procedere spedita “nel 2017 e nel 2018 supportata dalle nostre misure di politica monetaria”.



Mutatis mutandis, le parole del governatore sono le stesse che avevano annunciato l’avvio del programma di immissione di liquidità sui mercati, avviato a marzo 2015. Programma che si è rivelato, ad oggi, un vero e proprio flop: l’economia dell’eurozona non ha mostrato segni di vitalità seguenti la stampa di moneta fresca, l’inflazione non è risalita e, anzi, si trova in pura stagnazione se non addirittura in territorio negativo. Poteva andare peggio? Piovere è piovuto: un diluvio di euro che, arrivato sui mercati, non si è trasformato in risalita dei prezzi. Curiosità: fino a qualche anno fa l’inflazione era il mostro dell’ultimo livello da abbattere in qualsiasi modo, oggi diventa l’agognato desiderio da raggiungere per il tramite del Quantitative easing. Il “però” è che, nella migliore delle ipotesi, desiderio era e desiderio resterà.

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E perché mai? Il modello cui i banchieri centrali dell’occidente si ispirano è quello monetarista, per il quale in estrema sintesi l’inflazione coincide con un eccesso di offerta di moneta. Da qui il paradigma: più moneta in circolo uguale più inflazione, meno moneta in circolo uguale meno inflazione. Problema: l’economia reale funziona in maniera diversa, difficilmente potendola irregimentare in un’equazione pur complessa. Ecco allora che, oltre alla moneta in sé (che spiega solo parte del problema), intervengono anche altri fattori. Il prezzo del petrolio in primis, che nonostante le risalite degli ultimi giorni resta ai minimi da anni a questa parte. In secondo luogo l’arrivo dall’estero di prodotti a basso costo che da almeno due decenni invadono il mercato europeo, sono sganciati dall’euro e importano una riduzione dei prezzi. In ultimo, la svalutazione interna necessaria per salvare l’area euro, che ha – Germania esclusa – costretto le economiche della moneta unica a dover contrarre la domanda domestica, con effetti a cascata anche sull’andamento dell’inflazione stessa. Tutti fattori, questi, che quando dai piani alti della Bce studiano e soprattutto valutano gli effetti del Quantitative Easing, non considerano se non marginalmente. Perdendo, di fatto, di vista buona parte della realtà. A parte i guadagni delle fiammate di borsa, s’intende.

Filippo Burla

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