Roma, 14 mar – Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non è quello del comunismo. E’ quello dell’inflazione. Una concreta probabilità, secondo alcuna. Una certezza, secondo altri. Un incubo, per chi ha costruito l’eurozona su un’architettura intrinsecamente deflazionista.



(Non) sarà iperinflazione

Ammesso che si esca dalla pandemia, l’unica certezza sarà quella della distruzione di capacità produttiva. Tra lockdown, serrate, mancanze (almeno per l’Italia) di stanziamenti adeguati a ristorare le attività più colpite, il già avviato percorso di deindustrializzazione ha vissuto un’improvvisa fiammata. Non c’è però solo l’industria: anche il comparto della ricettività, quello fatto di alberghi, bar e ristoranti, ne uscirà decimato.

Esaurite le misure di contenimento, i cittadini – in specie chi ha avuto la fortuna di riuscire a mantenere un lavoro, trovandosi dunque costretto ad una sorta di “risparmio forzoso” – torneranno a spendere. Una massa di liquidità si riverserà alla ricerca di beni e servizi che, dal lato dell’offerta, dovranno fare i conti con non poche strozzature. Ad un certo punto, insomma, andranno fatti i conti con il fatto che non tutti riapriranno i battenti. Non tutta la domanda potrà dunque essere adeguatamente soddisfatta. Senza poi considerare i più recenti sviluppi dei mercati delle materie prime e dei noli marittimi (vitali per il commercio estero), in costante aumento da settimane.

La logica conseguenza sarà una spinta al rialzo dei prezzi. Di che natura non è dato saperlo. Senza dubbio più alta dei livelli asfittici cui la politica monetaria della Bce ci ha abituato fino ad ora. Difficile parlare di iperinflazione, per la quale non esiste tuttavia definizione univoca: secondo l’economista Philip Cagan si ha iperinflazione in presenza di un aumento dell’indice dei prezzi pari o superiore al 50% mensile – circostanza nella quale presumibilmente non dovremmo finire.

Chi ha paura dell’inflazione?

La Banca centrale europea prevede, per quest’anno, un’inflazione all’1,5%, destinata in parte a riassorbirsi già nel 2022. Stima da prendere con le molle: sono anni che l’Eurotower non ne azzecca una, nonostante le migliaia di miliardi stampati che non sono riusciti a smuovere i prezzi. Né avrebbero potuto farlo, data la già citata natura deflazionista del sistema euro.

Leggi anche – Senza inflazione, niente crescita. A chi giova invece la deflazione?

Questa volta però – e non per merito della Bce – le cose potrebbero andare diversamente. Ne è convinto, tra gli altri, il “falco” Weidmann. Secondo il governatore della Bundesbank, la Germania dovrà fare i conti con una fiammata che, stando alle stime dell’Ifo di Monaco, potrebbe toccare il +3%. Cifra assolutamente gestibile per chiunque. Non, forse, per Berlino, che con la nascita della moneta unica ha trasferito su un intero continente il suo incubo per l’iperinflazione dei tempi della Repubblica di Weimar. Se tale incremento dovesse trovare conferma anche per il resto d’Europa, sarebbe un’arma a doppio taglio.

Anzitutto per la Bce stessa, che per statuto ha come obiettivo quello del controllo dell’inflazione (secondo la formula “sotto, ma vicino al 2%”) e poco più, nella malcelata convinzione che una volta addomesticati i prezzi si possa schiacciare il tasto del pilota automatico ed i mercati si aggiusteranno da sé. Vero che, con gli acquisti da parte di Francoforte ancora in corso, i tassi reali (la differenza tra rendimento nominale dei Titoli di Stato e tasso di inflazione) potrebbero finire sottozero, aiutando così percorsi di riduzione del debito non fondati su tagli indiscriminati, austerità e tutto quell’armamentario che è riuscito, in passato, solo a peggiorare le cose. Allo stesso tempo, però, sarebbe l’ennesima croce per la Germania: fin quando i suoi risparmiatori potranno continuare a tollerare tassi negativi? Hanno voluto la moneta in comune. Adesso si tengano anche la politica monetaria a taglia unica. Problemi compresi.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Spunto interessante che meriterebbe ben più completa risposta.
    Mi limito a:
    – la Svizzera da sempre ha moneta forte e inflazione controllata. Questa Europa è la CH?
    – da norma “disgraziata” moneta debole diventa moneta forte (ricordare Craxi), poi ridiventa debole.
    Siamo lì?
    Si deve lavorare, “ponzare” e ribadire in un senso oppure nell’ altro. Con l’ uscita della GB oserei supporre
    “la seconda”. Almeno a breve-medio termine.

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