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Roma, 19 giu – Crédit Agricole detiene l’82,3% del capitale sociale di FriulAdria. Questo, però, non bastava al gruppo di Montrouge. Così pochi giorni fa i francesi hanno lanciato un’offerta pubblica di acquisto volontaria sul restante 17,2% dell’istituto. Tuttavia l’intera vicenda non va letta solo come l’ennesima acquisizione della Francia ai danni dell’Italia. I motivi sono tanti. Andiamo con ordine.



I dettagli dell’operazione Crédit Agricole – FriulAdria

Intanto, l’obiettivo di Cai è quello revocare la quotazione su Hi-Mtf (in pratica togliere il titolo dalla Borsa) e integrare l’istituto entro la fine del 2022. Per “completare l’integrazione” i francesi sono disposti a pagare parecchio. “Il prezzo offerto è di 40 euro per azione, di cui 35 subito e gli altri 5 dopo tre anni, a condizione che l’aderente all’offerta mantenga determinati requisiti”. Così si legge nel comunicato stampa ufficiale.

Facendo due conti, questa operazione costerà al gruppo guidato ai cugini d’oltralpe fino a 166 milioni di euro. Il gruppo prevede di “portare a compimento l’offerta” entro il terzo trimestre di quest’anno. La strada, inutile dirlo, è in discesa. Giampiero Maioli (l’ad di Cai) ha giocato bene le sue carte. Così, dopo Creval, un’altra banca italiana farà arte del circuito di Crédit Agricole. Dicevamo, però che non si tratta soltanto di un’acquisizione e rileggendo la storia della banca friulana lo comprendiamo meglio.

FriulAdria: l’ex popolare che volle farsi grande

L’istituto nasce nel 1911 con la denominazione sociale di Banca Cooperativa Popolare di Pordenone. All’inizio il cda (se così si può chiamare) era composto dai membri del consiglio comunale. Le cose rimasero così per decenni anche se c’era una gran voglia di espandersi. Nel 1999, tutto cambia. FriulAdria entra a far parte del gruppo Intesa. Nel 2007 quest’ultima, in seguito alla fusione con Sanpaolo Imi, dovette cedere ai francesi sia la banca friulana che Cariparma per evitare di finire nelle maglie dell’Antitrust.

Arriviamo così ai giorni nostri, l’istituto ha retto bene l’impatto della pandemia e ha chiuso il 2020 con un utile netto di 51,3 milioni. Queste almeno sono le cifre fornite da Milano Finanza che sottolinea tutti i vantaggi dell’aggregazione con i francesi. Quindi nessuno dovrebbe lamentarsi se il gruppo d’oltralpe completa l’acquisizione.

Non possiamo, certo, trascurare le rassicurazioni del presidente di Crédit Agricole Italia Ariberto Fassati. A detta di quest’ultimo “l’operazione rappresenta non solo un’opportunità per tutti i soci di valorizzare le azioni di cui sono in possesso, ma anche un contributo rilevante alla crescita sostenibile del gruppo stesso, creando valore aggiunto per imprese, famiglie e stakeholder”. Bisogna fidarci? Certo, come quando chiediamo all’oste se il vino è buono.

La strategia di Crédit Agricole

Ma non è neanche questo il punto. La questione fondamentale è che (e non solo su FriulAdria) Crédit Agricole ha saputo sfruttare a suo vantaggio le fragilità del nostro sistema creditizio. Questo non è avvenuto solo nel 2007. Dieci anni dopo, i francesi estendono la loro presenza in Italia rilevando, per 130 milioni di euro, il 95% del capitale di Cassa di Risparmio di Rimini, Cassa di Risparmio di Cesena e Cassa di Risparmio di San Miniato. E poi c’è opa sul Credito valtellinese a cui avevamo già accennato.

D’altra parte il colosso francese nasce e si sviluppa come da una rete di Casse locali e regionali. Questa strategia si è rivelata vincente non solo in Francia (è la terza banca per capitalizzazioni) ma anche in Italia. Anzi solo da noi. Il gruppo di Montrouge farebbe fatica a farsi strada in Germania. Solo questo dovrebbe farci riflettere.

Salvatore Recupero



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1 commento

  1. Se cominciamo a parlare degli (!) Antitrust, specie riguardo ai non risultati che ottengono nel contrasto agli abusi da posizione dominante e del loro ruolo “legittimante” del sistema globalista accentrante, la disamina si fa ancora più seria.

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