Il 2 giugno 1992, prima che iniziasse il convegno vero e proprio, gli invitati sul Britannia assistettero a un’esercitazione della Battleaxe, una fregata della Regia Marina britannica. Stando a quanto riporta l’edizione del Corsera di quel fatidico 2 giugno, un economista italiano chiamato a partecipare al simposio commentò così il programma della giornata: «Un incontro sulle privatizzazioni che parte con l’esibizione di una fregata non mi pare gran che promettente».

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2022

Il Britannia 30 anni dopo

In effetti, alla fine della fiera, la svendita di molti pezzi pregiati della nostra industria pubblica non è stato un affare redditizio. E l’arguta battuta dell’anonimo economista, a trent’anni di distanza dal «fattaccio», non può che suscitare un riso molto amaro. Le tanto osannate privatizzazioni, infatti, non hanno portato nessuno dei frutti promessi: il debito pubblico non è diminuito, la crescita non si è vista, la corruzione non è stata eliminata. L’unico risultato raggiunto dai privatizzatori è stato quello di far perdere all’Italia asset strategici del nostro comparto pubblico che, negli anni d’oro, avevano contribuito alla crescita della ricchezza nazionale e all’aumento dell’occupazione.

Ma quindi gli italiani invitati sul panfilo Britannia erano sciocchi o venduti? Non è semplice rispondere a questa domanda. Di certo, però, quello era un periodo molto fertile per eventuali colpi di mano: l’inchiesta di Mani pulite, scoppiata mediaticamente nell’inverno appena trascorso, stava facendo strage di un’intera classe dirigente. Con la politica di fatto commissariata, salirono in cattedra i tecnici. Che, come al solito, fecero peggio dei politici-corrotti-e-mangioni.  

Controrivoluzione neoliberale

Il famigerato incontro sul Britannia non va né sopravvalutato né sottovalutato. Per soppesare a dovere il suo ruolo, non possiamo che inserirlo nel suo contesto. All’origine di tutto vi fu la crisi degli anni Settanta. In quel decennio tre eventi riscrissero le coordinate macroeconomiche dell’Occidente capitalista: la fine del sistema di Bretton Woods (1971) e ben due crisi petrolifere, provocate dalla guerra del Kippur (1973) e dalla rivoluzione iraniana (1979). Senza entrare nello specifico, che ci porterebbe molto lontano, basti dire che questa tripletta fece crollare il «compromesso fordista», spalancando le porte al neoliberalismo e alle sue politiche di deregolamentazione finanziaria. Non è un caso che i susseguenti anni Ottanta, con Reagan e la Thatcher, siano gli anni del trionfo del nuovo verbo economico. E l’Europa che nacque a Maastricht fu tenuta a battesimo proprio dai neoliberali.

Già, l’Europa. Se rileggiamo il discorso tenuto da Draghi sul Britannia, non possiamo che sentir riecheggiare quel «ce lo chiede l’Europa» con cui sono state giustificate tutte le picconate inferte alla sovranità italiana. L’allora direttore generale del Tesoro spiegò agli «Invisibili» che, tra le altre cose, le privatizzazioni servivano a ridurre il debito pubblico. Naturalmente, come abbiamo potuto appurare (e com’era anche prevedibile), le cose sono andate molto diversamente. Ma ora non ci interessa saggiare le doti profetiche di Draghi, bensì le ragioni che stavano alla…

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