Roma, 30 ott – Contrordine compagni: lo spread non dipende dalla credibilità. Né da Mario Draghi, né – per dirne un’altra presa a caso dal campionario – dallo stato dei conti pubblici. La circostanza è ormai assodata, anche se a molti continua a non entrare proprio in testa. E trova ulteriore conferma nei “balletti” dell’ultimo periodo.



Nella settimana (finanziaria) che si è chiusa ieri, la differenza tra il rendimento del Btp decennale e l’omologo tedesco è passata da 105 a quasi 130 punti base. Gli incrementi più sostanziosi si sono registrati negli ultimi due giorni, quando lo spread è balzato da quota 110 a oltre 130, per poi chiudere a livello 127,7.

Così le dichiarazioni della Bce fanno salire lo spread

Cos’è successo? Improvvisamente l’ex governatore della Bce ha perso lo smalto di un tempo? Difficile, dato che era e rimane – in tandem con il Quirinale – il garante dell’Italia nei confronti di Bruxelles. E in ogni caso sullo spread non si è mai registrato alcun presunto “effetto Draghi”. Forse, allora, la bozza di manovra non è piaciuta al signor “i mercati”? Impossibile, stante il sentiero già tracciato nella Nadef verso il ritorno delle nostre finanze pubbliche verso l’avanzo primario (alias austerità strutturale).

La verità, al netto della retorica un tanto al chilo, è che il pallino del gioco è di nuovo – meglio: è sempre stato – nelle mani dell’Eurotower. A pesare, a questo giro, sono state da un lato le dichiarazioni e dall’altro le intenzioni di Francoforte. Le prime riguardano l’inflazione: secondo Christine Lagarde sarà un fenomeno temporaneo che non prelude ad alcun aumento dei tassi nel prossimo futuro. Parole che non sembrano, tuttavia, aver riscosso molto successo. Le seconde sono invece relative al Pepp: il programma “pandemico” di acquisto titoli, ha dichiarato, terminerà come previsto nel marzo 2022. E dopo? Qui lo scenario si fa poco chiaro, tracciando un quadro di sostanziale incertezza sul futuro ruolo della Bce. Confermando per l’ennesima volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che è la banca centrale – e solo lei – a governare l’andamento dello spread.

Filippo Burla

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