Roma, 24 mar – Se esiste un modo per definire il concetto di “austerità“, questo fa riferimento al saldo primario di bilancio. Si tratta della differenza, al netto della spesa per interessi sul debito, fra entrate e uscite nel bilancio dello Stato. Se positiva, la differenza assume il nome di avanzo primario. Al contrario si parla di disavanzo.

Non guardare al deficit ma all’avanzo primario

Più del deficit, che tanto ha fatto discutere nelle trattative con Bruxelles, è l’avanzo primario ad indicare il percorso che una manovra sta compiendo. E nel caso dell’Italia questa strada non si discosta dalla trama seguita dai governi precedenti.


La giustificazione addotta dal governo per le giravolte compiute da settembre a ottobre dell’anno scorso ha ruotato, in buona parte, sui presunti effetti espansivi della “manovra del cambiamento”. Ora, una legge di bilancio che conduce alla riduzione dell’avanzo primario è indubbiamente (relativamente) espansiva, ma se l’avanzo non si trasforma in disavanzo si rimane comunque in pieno territorio di austerità. Questo perché, a prescindere dalle cifre in gioco, che sia in aumento, stabile o in diminuzione casi si parla comunque di manovre che raccolgono più risorse di quante ne distribuiscano. Un effetto drenaggio che, lentamente, prosciuga l’economia.

La minaccia Bce…

Perché allora, nonostante i roboanti annunci fatti in sede di contratto di governo, abbiamo assistito ad una serie di retromarce ad ogni confronto con l’Ue?

Ad offrirci un – parzialissimo ma esemplificativo – affresco della situazione è stata, in più occasioni, nientemeno che la Bce. Lo ha fatto nel suo ultimo bollettino mensile, nel quale spiega che l’Italia è l’unico Paese ad avere bisogno di un avanzo primario. Insomma, sempre nuove dosi di austerità. Il motivo è presto detto: siamo l’unico membro dell’eurozona in cui l’interesse medio sul debito pubblico è superiore al tasso di crescita, per cui il primo si può stabilizzare solo con la disciplina di bilancio.

…e il governo si arrende

La Bce “suggerisce”, il governo ha prontamente eseguito in manovra. Strano, no, per chi doveva andare allo scontro frontale contro la nomenclatura comunitaria usando, fra le altre, la leva dei conti pubblici?

A parziale discolpa dell’esecutivo è la totale ipocrisia dell’istituto guidato da Mario Draghi. Il quale è perfettamente a conoscenza del fatto che l’andamento degli interessi sul debito (e quindi, di converso, del noto spread) è in funzione pressoché esclusiva della politica monetaria operata dalla Bce stessa. Non è d’altronde un mistero che le più recenti fiammate del differenziale Btp-Bund siano arrivate proprio in occasione di alcune “frenate” negli acquisti di nostri titoli di Stato (nell’ambito delle ultime code del programma di Quantiative Easing) da parte dell’eurotower. E quando sono avvenute? Curiosamente a maggio, a settembre e novembre dell’anno scorso. Guarda caso, proprio in occasione delle tensioni su formazione del nuovo governo, approvazione della Nota di aggiornamento al Def e trattative per la definizione della finanziaria 2019. Il cui esito, a fonte delle promesse, è stato quello che tutti conosciamo.

Filippo Burla

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