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Roma, 30 mag – Nei giorni scorsi ha destato scalpore la replica del premier Mario Draghi ad Enrico Letta, segretario del Pd avulso dalla vita reale e desideroso di sottoporre agli italiani una nuova patrimoniale. L’ipotesi di un incremento delle tasse di successione rappresenterebbe un furto ai danni dei cittadini e risulterebbe inutile per la crescita della nazione.

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In primis, oltre ad essere inaccettabile la proposta dell’ex premier è impossibile. Infatti, si porrebbe con essa l’obiettivo di garantire circa 10mila euro per tutti i neomaggiorenni. Analizzando però nello specifico la tassa presente si scopre che essa toglie già circa 1 miliardo di euro dalle tasche degli italiani. Pertanto, il raggiungimento della cifra auspicata per i ragazzi necessiterebbe dell’incremento della tassa attuale di circa altri 9 miliardi. Un patibolo che non arricchirebbe le nuove generazioni, tutt’al più annullerebbe le possibilità dei padroni di quel danaro di possederlo e spenderlo come ritengono.

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Ecco perché Draghi non è il “tutore” delle nostre tasse

Tuttavia, quella del segretario del Partito Democratico non è da considerarsi una gaffe. La proposta è difatti contenuta anche nella sua nuova fatica letteraria “Anima e Cacciavite”. E’ emblematico però che le prime critiche siano arrivate direttamente dalla base riformista (e renziana) del suo partito, che ha giudicato inadatta l’iniziativa. Nonostante la bocciatura della proposta di Letta, Draghi non pare essere il garante della tutela economica dei cittadini italiani per il futuro. La sua vocazione e tradizione europeista impone la massima cautela nel “festeggiare” le dichiarazioni. Già, perché nell’ultimo trimestre dell’anno il premier sarà chiamato alla stesura della consueta legge finanziaria. Con l’avvento del semestre bianco e la partita decisiva del Quirinale da giocare di lì a poche settimane, il dibattito politico non farà sconti.

L’animo del centrodestra maggiormente tutore della stabilità e libertà economica degli italiani dovrà scontrarsi con la volontà di tassare della compagine governativa e di Bruxelles. Le condizionalità imposte da Bruxelles in materia di fisco, ben accette da Draghi, appaiono molto chiare: con un debito pubblico vertiginosamente alto e nell’impossibilità di usufruire della nostra moneta pensare ad una vera riforma fiscale è ad oggi utopia. Anzi, in prossimità della finanziaria gli “inviti” di Bruxelles verso maggiori tasse, parsimonia negli investimenti ed attacchi alle classi agiate saranno una problematica da affrontare. Un mix di provvedimenti velenosi per i conti degli italiani che Draghi, garante dell’irreversibilità dell’euro e del “ce lo chiede l’Europa” difficilmente avrà modo di disinnescare.

Tommaso Alessandro De Filippo

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