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The European Central Bank's new chief MaRoma, 24 gen – Giovedì scorso la banca centrale europea ha varato l’atteso programma di quantitative easing, con lo scopo dichiarato di riportare l’inflazione al 2%, nella speranza di innalzare anche i redditi e la crescita al 2% reale.

Grande copertura mediatica, sia a livello nazionale che internazionale, ha avuto la notizia ed era da settimane che se ne parlava: per l’agenzia Bloomberg “Draghi guida la Bce in una nuova epoca, impegnandola ad acquistare almeno 1.000 miliardi di euro di titoli per combattere la deflazione e far ripartire la crescita nel’Eurozona”. Sulla stessa linea il Wall Street Journal che parla “di una decisione storica per combattere la stagnazione e la bassissima inflazione in una regione (Eurozona) che è diventata la minaccia più grande alla ripresa mondiale”. “La Bce scatena il quantitative easing“, titola il Financial Times, spiegando che Draghi “alla fine ha varato il tanto atteso piano contro la stagnazione dell’Eurozona, annunciando un Qe più ampio di quanto previsto e che punta all’acquisto di 60 miliardi di euro di titoli al mese, compresi bond sovrani”.

In effetti la scelta della Bce di varare il progetto di alleggerimento quantitativo, risulta essere la più grande decisione presa in Europa dalla costituzione della moneta unica.

In buona sostanza la Banca centrale europea ha varato un open-end program, da marzo 2015 a settembre 2016 e oltre, qualora la situazione lo richieda, secondo cui si impegna ad acquistare titoli di stato (oltre che Abs e covered bond) dei paesi membri dell’unione, in base alla percentuale di partecipazione della banca centrale al capitale della Bce, e per un importo pari a 60 miliardi di euro al mese. Le perdite ed i rischi non saranno equamente divisi tra i membri: Eurotower acquisterà direttamente solo il 20% dei titoli di Stato mentre il restante 80% sarà a carico della Banca centrale del Paese, pertanto la responsabilità dei debiti pubblici non sarà federalizzata e rimarrà in capo ai singoli Stati.

Le considerazioni politiche sulla manovra si sono limitate al nuovo corso imposto da Draghi alla Bce e sul minor peso dei rappresentanti dell’ala più “rigorista” in consiglio, tanto da far titolare al financial times, “La Bce si emancipa dalla Germania”. In realtà le cose non stanno realmente così: nel consiglio della Bce che ha varato il provvedimento c’è stata unanimità, all’atto del voto, sulla coerenza della manovra, con le basi legali del trattato e dello statuto; i pochi dissensi ed obiezioni, si sono limitati solo ai tempi e ad alcune modalità del programma.

La chiave interpretativa relativamente al programma di quantitative easing, ce la dà Isabella Bifolchi sul Sole “4 Ore di venerdi 23 gennaio: secondo la giornalista, “le due operazioni OMTs (Outright Monetary Transactions) e Qe, si compensano alla perfezione, per garantire l’irreversibilità dell’euro”.

In effetti, il momento politico in Europa è particolarmente dinamico: i movimenti anti-euro, sia di destra che di sinistra, guadagnano terreno e i popoli europei sembrano sempre più vicini a prendere consapevolezza del reale volto dell’Ue. Il provvedimento di quantitative easing acquisisce, pertanto, una nuova valenza, più di carattere politico che economico: esso viene in aiuto dei politici favorevoli all’euro-burocrazia, che dopo anni di crisi economica e sociale, si trovano con armi spuntate, a difesa del progetto.

C’è inoltre un aspetto del provvedimento che, colpevolmente, non ha avuto la giusto importanza mediatica: è previsto che l’acquisto degli assets sia limitato a quelli non al di sotto dell’investment grade, vale a dire con rating al di sopra di BB (l’Italia è all’ultimo gradino, e un’ulteriore bocciatura la costringerebbe a chiedere l’intervento di Bce e Fmi); c’è però una clausola, diretta in maniera esplicita alla Grecia: anche i bond di paesi con un rating inferiore a BB, potranno essere acquistati dalla Bce, qualora il paese acceda ad un programma di salvataggio e fino a che lo segua.

Come confermato da Draghi nella conferenza stampa di giovedì, la Bce non “chiuderà le porte alla Grecia”. Peccato, però, che Atene non sarà in grado di trarne vantaggio, e cioé non sarà ammessa al programma, se e fino a quanto non porterà a termine positivamente la review in corso dei programmi di salvataggio targati Ue e Fmi. Sull’argomento, l’attuale premier greco Samaras, in un messaggio tv, ha sintetizzato gli esiti: “La decisione di oggi della Banca centrale europea mette in chiaro che senza una conclusione della revisione con i nostri creditori sull’attuale programma che finirà nel giro di un mese, saremo esclusi”.

In pratica, la clausola del provvedimento di alleggerimento quantitativo è apertamente rivolta al popolo greco, e mina la sua libertà di scegliere i propri rappresentanti in piena autonomia; in momento critico dal punto di vista politico, a pochi giorni da un voto che potrebbe portare la Grecia a rivedere integralmente i rapporti con le istituzioni europee ed internazionali, Draghi minaccia di escludere il paese dal Qe, qualora la scelta non sia gradita a Francoforte, dove non si preoccupano tanto di Tsipras (“la sinistra che vuole abbattere l’austerità mantenendo l’euro: cioè abbattere l’effetto lasciando la causa”, secondo Fusaro), quanto piuttosto dell’odiata, da Juncker, Alba Dorata: “Quando ho detto che ero preoccupato per una vittoria degli estremisti non mi riferivo a Syriza ma all’estrema destra”, ha affermato il presidente della Commissione Ue.

Domenico Trovato

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