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edilizia pubblica case popolariRoma, 29 gen – L’edilizia pubblica era, una volta, soggetto al centro dell’agenda politica. Sono lontani i tempi delle bonifiche, della costruzione di interi quartieri e città giardino. Ma anche, per restare più vicini in termini cronologici, del famoso “Piano Casa” di Fanfani che, accanto a mostri di cemento è, sia pur raramente, riuscito anche a costruire qualcosa di decente. Dando, in ogni caso, un tetto a centinaia di migliaia di italiani che non potevano permettersi un’abitazione. Nel frattempo la quota di redditi sul Pil aumentava, accedere ad un mutuo negli anni fra i ’70 e gli ’80 diventava sempre più facile. Ecco spiegato il motivo per il quale pressoché tutti i nostri nonni e genitori possono contare su una casa di proprietà. E, ribaltata, è anche la ragione per cui le nuove generazioni non potranno invece permettersela se non – nella migliore delle ipotesi – a costo di immensi sacrifici.

Perché la crisi del credito morderà pure, ma dall’altra parte manca del tutto – ringraziando anni di politiche liberiste prima e di austerità dopo – la mano statale. Senza tralasciare le necessità dell’accoglienza: i bandi per le case popolari sono ormai, in assenza di preferenze nazionali, appannaggio di cittadini extracomunitari. Con il risultato che a soffrire di più per l’emergenza abitativa sono i nuclei italiani. A sottolineare la gravità della situazione è una ricercata firmata Nomisma, che spiega come quasi 2 milioni di famiglie al di fuori dell’edilizia pubblica siano in condizione di difficoltà. “Si tratta di famiglie che, versando oggi in una condizione di disagio abitativo (incidenza del canone sul reddito familiare superiore al 30%), corrono un concreto rischio di scivolamento verso forme di morosità e di possibile marginalizzazione sociale”, spiegano dal centro studi bolognese. E di queste, il 65% sono italiane. A fronte di numeri così importanti, l’accesso ad alloggi di edilizia pubblica è però riservato a sole 700mila famiglie. Preoccupante anche la distribuzione del fenomeno, non più relegato solo alle grandi aree metropolitane: “Se non vi sono dubbi che il fenomeno risulti più accentuato nei grandi centri, dall’analisi non sembrano emergere zone franche, con una diffusione che interessa anche capoluoghi di medie dimensioni e centri minori”, sottolineano i ricercatori, che evidenziano anche il dato anagrafico: “L’età della persona di riferimento del nucleo familiare è tendenzialmente alta (il 28.3% supera i 75 anni, il 19.6% è compreso tra 65 e 75 anni) e ha un reddito molto basso (il 44.4% guadagna in un anno meno di 10.000 euro)”.

Se la parte analitica non ride, l’eventuale via d’uscita dall’impasse è un dramma. “Una risposta seria, convincente e necessariamente pubblica al tema del disagio abitativo dovrebbe rappresentare un obiettivo ineludibile di un’azione di governo effettivamente riformatrice”, spiega il direttore generale di Nomisma, Luca Dondi. E però, in termini di edilizia pubblica, lo Stato e gli enti locali sembrano latitare totalmente: “A fronte della vastità del problema, le risposte pubbliche sono state fin qui complessivamente inadeguate, nonostante il circolo virtuoso che potrebbe innescarsi: “Le ricadute in termini di attivazione economica di un ipotetico piano casa potrebbero rivelarsi meno deboli e labili di quelle destinate a scaturire dagli sgravi fiscali sull’abitazione principale di cui beneficeranno i proprietari a partire dall’anno prossimo. Ma se l’eventuale gap in fatto di crescita può essere tema di discussione, la differenza in termini di equità delle due opzioni è di tutta evidenza”, concludono i ricercatori.

Filippo Burla

1 commento

  1. Basta spendere soldi per l’Edilizia Pubblica per dare poi case agli Extracomunitari!!!Gli Italiani non ne giovano affatto.

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