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etruria rimborsiRoma, 15 lug – Fra una settimana esatta, a partire dal 22 luglio, cominceranno le operazioni di indennizzo per gli obbligazionisti di Banca Etruria, Banca Marche e le altre (CariFerrara e CariChieti) coinvolte nel proditorio bail-in alla fine dello scorso anno. Con l’applicazione della direttiva Brrd, con l’insolvenza dei quattro istituti furono azzerati i valori delle azioni e delle obbligazioni subordinate, lasciando con un pugno di mosche in mano chi aveva sottoscritto questi strumenti. Non solo speculatori e non solo investitori istituzionali, ma soprattutto famiglie e lavoratori, artigiani e dipendenti, che da un giorno all’altro hanno visto i risparmi azzerarsi di colpo.

La direttiva comunitaria incriminata avrebbe dovuto far sentire i propri effetti dal primo gennaio 2016, ma il governo decise (sarà stata una spinta di furore europeista?) di anticiparla, forse per valutarne l’effetto. Non un granché, tanto da costringere l’esecutivo ad una veloce marcia indietro, appunto con la promessa di rimborsi che ora arriveranno. Con un “però”: non saranno rimborsati tutti i detentori di azioni e obbligazioni subordinate, visto che le condizioni per accedere agli indennizzi sono particolarmente stringenti. Anzitutto avranno diritto alle erogazioni del Fondo di solidarietà – costituito presso il Fondo interbancario per la tutela dei depositi – solo coloro che hanno acquistato i titoli prima del 12 giugno 2014, cioè quasi un anno e mezzo prima del tracollo. In secondo luogo, i risparmiatori dovranno avere un patrimonio mobiliare inferiore ai 100mila euro, oltre ad un reddito complessivo che non oltrepassi i 35mila euro ai fini Irpef. E qui casca il proverbiale asino. Perché sì, 35mila euro annui lordi di reddito sono una soglia non bassa e corrispondente a circa 2mila euro netti mensili (per 13 mensilità) per un ipotetico lavoratore dipendente, stipendio comunque non inverosimile per chi ha sulle spalle anche solo una quindicina di anni di anzianità. Allo stesso tempo è però vero che si parla di reddito complessivo, per cui basterebbe a titolo di esempio il possesso con affitto di un fabbricato di medie dimensioni per far schizzare all’insù – anche con uno stipendio al di sotto di quei 2mila euro al mese – il valore totale. Eventualità, quest’ultima, non da escludere per chi avesse voluto impiegare i propri risparmi di una vita in un classico investimento immobiliare. Non tragga quindi in inganno la soglia apparentemente alta: le condizioni ci sono tutte per restringere di misura la platea dei potenziali beneficiari. I quali, in ultimo, nemmeno potranno godere dei rimborsi per intero: il Fondo restituirà solo l’80% del valore nominale, privando peraltro i detentori dei titoli anche della possibilità di ricorrere alla procedura arbitrale in corso per le numerose truffe.

Filippo Burla
Walter Parisi

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