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start upRoma, 16 feb – Buone notizie per gli italiani under quaranta. Oggi a partire dalle ore 12 le start-up innovative potranno presentare le richieste di finanziamento, a tasso zero, a sostegno di programmi di investimento e di gestione dell’attività. Naturalmente l’operazione deve essere fatta on-line. Finalmente l’Italia ha deciso di scommettere sul futuro.

Sulla home page del portale telematico www.smartstart.invitalia.it possiamo leggere: “Smart&Start Italia sostiene la nascita e la crescita delle start-up innovative ad alto contenuto tecnologico per stimolare una nuova cultura imprenditoriale legata all’economia digitale, per valorizzare i risultati della ricerca scientifica e tecnologica e per incoraggiare il rientro dei cervelli dall’estero. Smart&Start Italia è un incentivo del Ministero dello Sviluppo Economico che, con il DM 24 settembre 2014, ha rinnovato le agevolazioni per le start-up innovative estendendole all’intero territorio nazionale. La procedura per l’accesso a Smart&Start Italia è completamente informatizzata”.

Le richieste di finanziamento sono estese anche alle persone fisiche che potranno presentare e vedersi finanziare la propria idea di impresa, formalizzando la società solo a risultato acquisito. In sintesi, “beneficiarie dell’agevolazione sono le start-up innovative costituite da non più di 48 mesi che offrono prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, con valore della produzione fino a 5 milioni di euro. Aziende che si caratterizzano per il forte contenuto tecnologico e innovativo”. Il governo pone le basi per una Silicon Valley tricolore.

Peccato, però, che tre giorni prima, il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) smorzasse gli entusiasmi sul nostro futuro, prossimo e non solo. Insomma, per usare un linguaggio caro al premier Matteo Renzi, gufava sulla sorte delle nuove generazioni.

Vediamo come. Il 13 febbraio uno studio condotto dal Censis e dalla Fondazione Generali rileva che: “Il 40% dei lavoratori dipendenti di 25-34 anni ha una retribuzione netta media mensile fino a mille euro. E in molti si troveranno ad avere dalla pensione un reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. Si stima che il 65% dei giovani occupati dipendenti 25-34enni di oggi avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, considerando l’abbassamento dei tassi di sostituzione. E la previsione riguarda i più fortunati, cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard”. Senza considerare la disoccupazione. Infatti, non possiamo dimenticare che ci sono 890.000 giovani (25-34enni) autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di Neet (che non studiano né lavorano).

Dunque, tanto vale darsi al lavoro autonomo. A tal proposito come non ricordarsi il regalo che il governo stava per fare ai liberi professionisti. Il nuovo regime dei minimi voleva innalzare dal 5 al 15% l’aliquota agevolata e, contestualmente, ridurre la soglia da 30 mila euro a 15 mila euro. In poche parole, prima chi aveva la partita iva se guadagnava fino a 30 mila euro l’anno aveva un’aliquota agevolata del 5%.Con questa misura si innalza la percentuale di tasse da pagare e si restringe il numero dei beneficiari. Tornando alle start up, che piacciono tanto a Renzie, sorge una domanda: a cosa serve un prestito se poi le aziende sono soffocate dal fisco?  Il provvedimento, però, ad oggi è stato stoppato. Lo stesso premier ha ammesso che si trattava di un “autogol clamoroso”. Una cosa è certa però: gli autonomi pagheranno più tasse. Ma ancora non sanno dove quando e perché.

Torniamo alla questione della previdenza sociale. Come possiamo pensare che regga un sistema pensionistico in cui i contribuenti sono inferiori rispetto ai pensionati? Chi garantirà un reddito congruo alle future generazioni se ciò che versano all’Inps serve a pagare le pensioni dei genitori?

Molti tendono a strumentalizzare la questione parlando di una guerra generazionale tra vecchi e giovani. In realtà non è affatto così.

Un’economia basata solo sul terziario e sull’assistenzialismo improduttivo produce una discontinuità della contribuzione pensionistica. In termini percentuali, i giovani pur avendo pagato di più rispetto alle generazioni precedenti avranno una pensione da fame. Sempre secondo lo stesso studio del Censis: Siamo passati dal 69,8% di giovani di 25-34 anni occupati nel 2004, pari a 6 milioni, al 59,1% nel 2014 (primi tre trimestri), pari a 4,2 milioni. In dieci anni, ci sono stati 1,8 milioni di occupati in meno tra i giovani, con un crollo di 10,7 punti percentuali. Una perdita di occupazione giovanile che, tradotta in costo sociale, è stata pari a 120 miliardi di euro, cioè un valore pari al Pil di tre Paesi europei come Lussemburgo, Croazia e Lituania messi insieme”.

Questo squilibrio rischia di affossare per sempre la previdenza pubblica. La lobby delle assicurazioni già si lecca i baffi. I broker avranno a disposizione un bacino di clienti vasto e debole a cui possono far accettare anche le condizioni più sfavorevoli.

È chiaro, dunque, che l’elemosina ai coraggiosi innovatori non basta. In un contesto del genere, stiamo curando un malato terminale con l’aspirina. Il governo ha l’obbligo di dotarsi di strumenti di politica economica più efficaci. In caso contrario possiamo continuare ad imputare i nostri problemi ai costi della casta. 

Salvatore Recupero

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