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Roma, 26 apr –  A giugno a grande richiesta il fisco tornerà a farsi sentire. Il coronavirus aveva fermato perfino l’Agenzia delle Entrate. Ma le cose belle, si sa, durano poco.  A smorzare gli entusiasmi è stato il direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini, in occasione dell’audizione in commissioni riunite Finanze e attività produttive alla Camera: “L’Agenzia – ha affermato – procederà a notificare 8,5 milioni e mezzo di atti nei confronti dei contribuenti”. Un tempismo perfetto: era proprio quello che volevano sentirsi dire gli imprenditori. Il tema però merita un ulteriore approfondimento perché si inserisce nel mare magnum degli interventi dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.

Le parole di Ruffini

Ruffini ha iniziato il suo intervento riassumendo le misure fiscali del Decreto Cura Italia e Liquidità. Poi, come un abile illusionista, ha tirato fuori dal cilindro una notizia che ha lasciato tutti di stucco: gli accertamenti fiscali dell’Agenzia delle Entrate, così come quelli della Riscossione, riprenderanno dal primo giugno. Tutti prima o poi dobbiamo tornare a lavorare e quindi anche il fisco tornerà a bussare alla porta del contribuente.

Tutto tornerà come prima. Pertanto, verranno notificate “circa 3 milioni di cartelle di pagamento, riferite ai ruoli consegnati dagli enti creditori nel corso del mese di febbraio e di marzo”. Senza trascurare “circa 2,5 milioni di atti di riscossione”. Entrando più nel dettaglio si tratta di “1,6 milioni avvisi di intimazione interruttivi della prescrizione, 200mila avvisi di intimazione propedeutici alle azioni di riscossione coattiva, 75mila atti di pignoramento presso terzi, 250mila comunicazioni di preavviso di fermo amministrativo, 350mila solleciti di pagamento”.

Tutti si sono stupiti. Anche un bambino capirebbe che far ripartire i controlli in un momento come questo potrebbe obbligare molti imprenditori ad abbassare per sempre la saracinesca. Perché, dunque, prendere un provvedimento di questo tipo? La risposta è tanto semplice quanto disarmante: è stata cancellata la proroga di due anni per i termini di accertamento fiscale concessa dal decreto Cura Italia. In pratica, una montagna di carte sommergerà le imprese italiane già indebolite da 2 mesi di lockdown. Il fisco mostra così il suo lato peggiore. Il colpevole non è però Ruffini. I cittadini dovranno ringraziare chi ha votato il maxi-emendamento (presentato al Senato in sede di conversione del decreto) che cancella la proroga di due anni.

Un semplice rinvio non basta

A questo punto in molti hanno chiesto di riaprire i termini della cosiddetta “pace fiscale”. Su questo giustamente Ruffini ha spiegato che: “È una scelta che spetta al parlamento. Tutti i provvedimenti adottati negli scorsi anni – ha concluso – erano in favore dei contribuenti in difficoltà ed è evidente che quelle difficoltà oggi sono confermate ed acuite”.

La domanda che però dobbiamo porci è un’altra: basta una proroga per avere un fisco più vicino al contribuente? La risposta è sicuramente, no. Intanto, bisogna dire che finisce in tasse almeno il 59% dei profitti delle imprese. Questo è quanto emerge dal rapporto “Paying Taxes 2020” realizzato nel 2019 da Banca Mondiale e PwC. Le aziende italiane continuano a pagare tasse e contributi molto più che nel resto d’Europa e restano penalizzate rispetto a tanta parte della concorrenza globale. La situazione peggiora di anno in anno. Il carico fiscale e contributivo sulle imprese italiane è aumentato nel 2018 al 59,1% dal 53,1% della precedente classifica a fronte di una media globale 2018 pari al 40,5 ed europea del 38,9%. La ricerca evidenzia che le “nostre” 238 ore impiegate per gli adempimenti fiscali (invariate rispetto al 2017) si confrontano con un dato medio globale pari a 234 e una media europea di 161 ore. È costante il numero dei pagamenti annuali (14) a fronte dei 23 pagamenti mondiali e dei 10,9 europei. Per uscire da questo circolo vizioso ci sono state varie proposte. Ad esempio citiamo quella dei commercialisti.

Le proposte de commercialisti

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha fatto delle interessanti proposte al governo. La categoria ha ribadito, relativamente ai versamenti e gli adempimenti tributari l’assoluta necessità di una sospensione dei termini, quanto meno, fino al mese di settembre 2020. Per pagare le tasse e per morire c’è sempre tempo. Altra misura ritenuta “prioritaria” è rappresentata dallo “sblocco” delle compensazioni dei crediti relativi alle imposte sui redditi e all’imposta regionale sulle attività produttive maturati nel 2019. I commercialisti chiedono di “eliminare il vincolo, introdotto soltanto da quest’anno, della previa presentazione della dichiarazione da cui il credito emerge”. In pratica se ho dei crediti con la Pa posso stornarli dalle tasse. Tutto ciò è sicuramente utile, ma rischia di essere insufficiente.

È un po’ come svuotare il mare con un cucchiaino. Il fisco non può e non deve rappresentare una zavorra per le imprese italiane. Gli unici controlli devono riguardare la sicurezza sul lavoro. Per il resto è necessario ridurre al minimo gli adempimenti fiscali.

Tutti concordiamo che il nostro sistema fiscale sia farraginoso, in pratica è una palla al piede per chiunque voglia mettere in piedi un’attività. Nonostante ciò nulla cambia. Questo non è un caso. Per evitare accertamenti fiscali e multe gli italiani si rivolgono in massa ai patronati e ai commercialisti che traggono forti guadagni da queste inefficienze. Inoltre, anche la nostra Pa teme un’eccessiva semplificazione. Se ci fossero leggi più chiare la pubblica amministrazione dovrebbe sfoltire l’organico. Per non scontentare nessuno allora cerchiamo di cavarcela grazie tra un condono e un ravvedimento operoso.

Salvatore Recupero

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