Tokyo, 12 dic – In Giappone le imprese pagheranno meno tasse se aumentano i salari dei propri dipendenti. Non si tratta di una promessa elettorale ma di ciò che il governo nipponico ha approvato venerdì scorso. Il ceto medio ha patito l’onda lunga della pandemia ed è necessario rilanciare la domanda interna. Quindi cosa c’è di meglio di alzare gli stipendi diminuendo le tasse? Quello che da noi è fantascienza a Tokyo si realizzerà il prossimo anno fiscale.

Kishida a fianco della classe media

Nella terra del Sol Levante, dunque, le grandi società che aumentano i salari del 3% (o più) e le piccole imprese che li alzeranno di almeno l’1,5% potranno beneficiare di riduzioni fiscali. Per essere più precisi a partire da aprile 2022 il nuovo schema di tassazione offrirà una detrazione fiscale fino al 30% per le grandi imprese e al 40% per le piccole imprese a seconda del livello di aumento dei salari e degli investimenti nella formazione dei dipendenti.

Il governo del primo ministro Fumio Kishida sta tentando di mantenere la sua promessa elettorale di una ridistribuzione della ricchezza atta a sostenere la classe media. L’Abenomics non basta più. C’è bisogno di una maggiore coesione sociale: occorre ridurre la forbice dei redditi. Ciò che suona strano è che a fare queste proposte sia un uomo di destra. Eppure, in Giappone questo è possibile. Anzi, Kishida già a novembre scorso aveva esortato le aziende (i cui guadagni sono tornati ai livelli pre-pandemia) ad aumentare i salari almeno del 3%, con l’obiettivo di raggiungere un ciclo virtuoso di crescita. Questo approccio keynesiano non si limita a generici inviti agli imprenditori. Lo Stato in primis dà il buon esempio, con aumenti per operatori sociali come gli assistenti all’infanzia, le infermiere e gli addetti sanitari.

Il fronte degli scontenti

Alcuni economisti non apprezzano le misure di Kishida. “Con l’aumento dell’incertezza economica, le aziende saranno piuttosto caute nell’aumentare i salari”, ha affermato Takumi Tsunoda, economista senior presso lo Shinkin Central Bank Research Institute. Altri sono ancora più pessimisti. Secondo lHarumi Taguchi di IHS Markit “le grandi aziende e quelle con flussi di cassa futuri rafforzeranno in una certa misura i loro sforzi per aumentare gli stipendi”, ha affermato. “Ma penso che un salto del 3% complessivo sarà molto difficile da raggiungere”.

Insomma il refrain è lo stesso: bisogna creare ricchezza per poi distribuirla. Il punto è però che finora gli incentivi hanno funzionato poco: bisogna osare di più. La terza economia del mondo non può permettersi ancora a lungo un’inflazione sotto la soglia del 2%.

Il bazooka di Tokyo

Per questo il nuovo premier ha messo in conto di spendere la cifra record di 56mila miliardi di yen (430 miliardi di euro) per un maxi piano di incentivi pensato per stimolare la ripresa. La pandemia ha colpito duramente anche il Giappone. L’economia post pandemica ha registrato una contrazione (in termini reali) del 3% annuo e dello 0,8% trimestrale nel periodo compreso tra luglio e settembre, a causa dello stato di emergenza e al calo delle esportazioni – specie quelle di automobili – dovuto alla carenza globale di microchip. A fine dell’anno si prevede un forte rimbalzo, ma questo va sostenuto. Ecco a cosa serviranno i miliardi stanziati da Kishida.

Si agirà su due fronti: quello dello Stato sociale e il rilancio del turismo interno. Il governo, in primis, pensa di mettere in campo dei bonus per aiutare i ceti meno abbienti. Anche su questo punto gli economisti sono scettici: i giapponesi difficilmente useranno quei soldi per fare spese folli rilanciando la domanda interna. Ecco perché i succitati sgravi possono fare di più.

Le somme investite sul rilancio del turismo produrranno sicuramente buoni frutti: il settore boccheggia da troppi mesi. A questo punto tutti si porranno una domanda: dove li prendono i soldi i giapponesi? Per rispondere a questo quesito dobbiamo tenere presente che quella nipponica è una politica monetaria assai diversa dalla nostra.

Il debito non fa paura al Giappone

Il Giappone può contare sulla Bank of Japan (la loro banca centrale) che è prestatrice di ultima istanza. Quest’ultima è (dovrebbe essere) la funzione principale di ogni istituto di emissione. In pratica, è una disposta a concedere credito quando nessun altro lo fa. Non è cosa da poco. In Italia e in Europa nessuno svolge questo compito. C’è da dire qualcosa in più anche sul debito. Quest’ultimo è alto (quasi il doppio ad esempio rispetto a quello italiano) ma è nelle mani di investitori, aziende e industrie giapponesi, il che permette di pagare un tasso di interesse molto modesto, che varia dall’1 al 2% permettendo così maggiori investimenti pubblici ed impedendo altresì le speculazioni di soggetti stranieri. Ecco perché è possibile una politica espansiva.

Questo però non basta per garantire coesione sociale. Ed è per questo che il premier nipponico ha deciso di premere sulla redistribuzione. Sembra un tema veterosocialista, ma non è così. Dal Giappone arriva la risposta a quelli imprenditori che si lamentano per la mancanza di manodopera: pagate di più i vostri dipendenti e avrete anche uno sgravio fiscale. Nessuno sa se la ricetta funzionerà nell’immediato ma il buon senso (non ce ne vorranno gli “esperti”) ci dice che siamo sulla buona strada.

Salvatore Recupero

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