Roma, 31 ott – Ideal Standard chiuderà i battenti. Tra qualche mese l’ultimo stabilimento (quello di Trichiana nel bellunese) cesserà di essere operativo. Senza un intervento del Mise, 500 lavoratori rischiano il posto di lavoro. La multinazionale belga, che in primavera prometteva un piano di rilancio, in autunno ha cambiato idea. I costi di produzione del sito veneto sarebbero troppo alti. Le cose, però, stanno diversamente. Vediamo perché.



La condanna dei sindacati

I rappresentanti dei lavoratori parlano di “scelta scellerata”. In una nota unitaria Femca CislFilctem CgilUiltec Uil condannano “l’azione speculativa della proprietà di Ideal Standard, un fondo finanziario, che ha già prodotto nel nostro paese la chiusura di altri 4 siti, con il drammatico licenziamento di centinaia di lavoratori e a questo scempio vuole aggiungere anche 500 lavoratori del sito produttivo di Trichiana, una vera e propria mattanza che rischia coinvolgere anche il polo logistico di Brescia e il commerciale di Milano”. Difficile dargli torto anche alla luce delle promesse fatte pochi mesi prima.

Preso atto dell’atteggiamento di Ideal Standard, i sindacati hanno fatto la loro controproposta: “In sede ministeriale abbiamo invitato l’azienda a ripensare la propria decisione, in alternativa abbiamo proposto di attivare la procedura per la cessione del sito produttivo e del marchio, da programmare in tempi congrui per la ricerca di potenziali aziende del settore o imprenditori in grado di garantire l’asset industriale e gli attuali livelli occupazionali”. L’obiettivo è garantire non solo l’occupazione ma anche la continuità produttiva del sito. Se ne riparlerà al Mise il prossimo 17 novembre. Questa vicenda ci ricorda un’altra discutibile decisione della multinazionale belga.

Il precedente di Ideal Standard a Roccasecca

Facciamo un piccolo passo indietro. Nel 2018 fu avviata la procedura di licenziamento per 320 dipendenti dello stabilimento Ideal Standard di Roccasecca (in provincia di Frosinone). Si voleva chiudere un sito che per più di 50 anni si era distinto per produttività e professionalità. I belgi come al solito lamentavano per le eccessive perdite.

Eppure, l’azienda era sana e i bilanci erano in crescita: nel 2016 registriamo un risultato di esercizio pari a 1.779.000 euro, mentre l’anno precedente era stato di 939 mila euro. In quegli anni, gli stabilimenti aumentavano la loro produttività. Questo, però, non servì a nulla: Ideal Standard decise di delocalizzare in Romania. Gli operai ciociari però si salvarono. Pochi mesi dopo si firmò al Mise un accordo per l’accordo tra sindacati, azienda e istituzioni locali con cui viene formalizzata la cessione del ramo d’azienda alla newco Saxa Grestone, con una soluzione che garantì una tutela occupazionale ai lavoratori. “A Roccasecca, vicino Frosinone, sarà realizzato un nuovo prodotto, un sampietrino non in pietra ma che è un esempio di economia circolare” spiegò l’allora ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

Questo dimostra quanto il personale fosse (ed è) altamente qualificato e fortemente motivato. Quindi il colosso dei servizi sanitari fece male i suoi calcoli? Non proprio. Ideal Standard non ragiona come un’impresa normale” è più attenta al lato finanziario. Non potrebbe essere diversamente alla luce della presenza del consiglio d’amministrazione del fondo d’investimento Bain Capital Partners. Ciò che avvenne nel frusinate spiega la smobilitazione dello stabilimento di Trichiana. È necessario, dunque, un intervento del governo.

Troppe vertenze ferme al palo

Il caso ha voluto che mentre Ideal Standard si preparava a cambiare aria, al Mise si sono accorti che in questi ultimi mesi qualcosa (per voler usare un eufemismo) non andava per il verso giusto. Non ci voleva uno scienziato: bastava dare un’occhiata ai numeri come ha fatto Il Sole 24 Ore. Dallo scoppio della pandemia ad oggi ci sono stati circa otto tavoli di crisi al mese (uno ogni 3 giorni lavorativi). Dal 9 marzo 2020, data del primo lockdown italiano, al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si sono svolti 152 vertici su aziende in crisi.

Abbiamo assistito a sfilate di dirigenti pubblici e privati promesse, impegni solenni. Eppure molte vertenze sono rimaste al palo: Whirlpool, Treofan, Jabil, Bekaert, Embraco. L’elenco, però, è ancora più lungo. Allora Giancarlo Giorgetti ha tirato fuori dal cilindro una direttiva che prevede la pubblicazione sul sito del Mise “un resoconto sull’attività che dia conto dei tavoli aperti”. Sembrerebbe pochino (in realtà lo è) ma teniamo conto che tale provvedimento rientra nel perimetro di azione più chiaro alla Struttura di crisi d’impresa il cui coordinamento, dallo scorso luglio, è stato affidato al commercialista Luca Annibaletti. La “struttura” si occuperà di crisi che “giustifichino una trattazione a livello nazionale”: imprese che hanno almeno 250 dipendenti o che sono localizzate in più regioni, o realtà imprenditoriali che rappresentano asset strategici o marchi storici. Non vorremmo essere nei panni del povero Annibaletti.

Giorgetti aveva già in mente da tempo questo progetto ma, ora che lo ha realizzato, ci domandiamo se basterà a risolvere le vertenze. Non servono cerotti per guarire crisi già aperte ma programmazione economica vera. Non è un amarcord degli anni che furono. Macron (personaggio assai discutibile) ha dimostrato che si può dar vita a un piano industriale che detti le priorità per la nazione almeno per i prossimi 10 anni. Difficilmente il super tecnico Draghi farà la stessa cosa anche perché i partiti che appoggiano il suo governo chiedono ben altro.

Recupero Salvatore

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