Taranto, 4 nov – L’Ilva è ufficialmente in mano agli indiani di ArcelorMittal. L’operazione effettuata tramite la controllata AM Investco (la multinazionale asiatica detiene il 94,4% di AM Investco Italy, mentre il 5,6% è in mano a Intesa Sanpaolo) si è conclusa lo scorso primo novembre. Anche se la notizia era attesa da parecchio tempo, non possiamo non sottolineare la gravità di ciò che avvenuto. Vediamo perché.

Il primo produttore di acciaio del mondo controllerà la più grande acciaieria “singola” dell’Unione europea. L’llva di Taranto, infatti, è la prima fabbrica manifatturiera italiana per addetti diretti (pur con un numero ridotto di occupati pari a 8.200 unità). Basterebbe solo dire questo per capire che si tratta di una sconfitta per l’intera nazione. Purtroppo, questa disfatta verrà raccontata come una vittoria: gli indiani in fondo hanno salvato il posto di lavoro agli operai pugliesi.

Persino i nuovi acquirenti non nascondono le loro mire espansionistiche. Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del gruppo, ha commentato questo passaggio ufficiale parlando di “un’importante tappa strategica per ArcelorMittal: Ilva è un asset di qualità che offre un’opportunità unica di espandere e rafforzare la nostra presenza in Europa, acquisendo il sito di produzione di acciaio più grande del Vecchio Continente”. L’Ad, poi, prosegue dicendosi “fiducioso nel fatto che riusciremo a ripristinare le prestazioni operative, finanziarie e ambientali di Ilva e che, nel farlo, creeremo valore per la nostra società, gli stakeholder di Ilva e l’economia italiana”. L’entusiasmo del management non convince ancora i lavoratori.

Dopo l’accordo raggiunto lo scorso settembre, i rapporti tra le maestranze e la dirigenza sono ancora molto tesi. I sindacati hanno denunciato nei giorni scorsi “gravissime anomalie rispetto all’applicazione dei criteri” di selezione del personale con “molteplici incongruenze palesi sui criteri della professionalità, anzianità e carichi familiari, per effetto dei quali non vi è più ombra di dubbio come la selezione per centinaia dei distacchi sia stata operata attraverso criteri unilaterali da parte dell’azienda”. Per dirimere queste prime controversie è stato convocato un incontro al Mise tra azienda e parti sociali il prossimo 8 novembre.

Un altro fronte caldo è quello della tutela dell’ambiente. Aditya Mittal, direttore finanziario del gruppo e a capo delle attività europee, definisce “caposaldo dei nostri impegni di investimento” il programma “di investimenti ambientali, che ammontano a 1,15 miliardi di euro. I lavori sono già iniziati e, nel tempo, sono sicuro che riusciremo a realizzare la nostra visione di trasformare Ilva non solo in uno dei produttori di acciaio leader in Europa ma anche in uno dei più responsabili”. In realtà la questione delle bonifiche è ancora in alto mare: nessuno ha capito chi deve pagare. Staremo a vedere come andrà a finire. Per il momento l’unica certezza è che un’altra azienda strategica, dopo essere stata privatizzata, finirà in mano straniere.

Salvatore Recupero

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