banca marcheRimini, 14 dic – Dietro la storia delle banche oggetto del disgraziato intervento congiunto Banca d’Italia – governo non troviamo solo i titolari di obbligazioni subordinate, risparmiatori che hanno perso tutto da un giorno all’altro. Ci sono anche imprenditori che la crisi degli istituti di credito l’hanno vissuta sulla loro pelle ben prima che esplodesse in tutta la sua gravità.

E’ il caso di Alessandro Recchia, 60enne ex imprenditore veronese che ha lavorato in Romagna a partire dagli anni ’80. Fra il 2008 e il 2009 – agli albori dell’arrivo anche in Italia della crisi – Recchia era impegnato nel settore dell’edilizia: una ventina gli appartamenti, alcuni già realizzati e altri da completare, insieme ad un hotel in via di ristrutturazione. E quasi 3 milioni in due mutui in essere con Banca Marche, principale soggetto finanziatore delle attività.

I guai cominciano quando il direttore della sua filiale, quella di Savignano, lo convoca per discutere della rinegoziazione dei contratti. Un affare, visto che si tratta di abbattere gli interessi di quasi mezzo punto percentuale. Non sapeva, Recchia, che il funzionario di Banca Marche gli stava facendo in realtà firmare dei contratti derivati. I quali sono andati come è possibile immaginare, erodendo anche il capitale del mutuo.

“Prima non avevo mai sentito parlare di derivati e la banca non solo non mi aveva informato dei rischi, ma aveva addirittura mentito su ciò che stavo firmando. Non mi hanno dato mai alcuna documentazione e sono arrivati a non darla neanche alla curatrice fallimentare delle mie società oramai finite”. Sì, perché nel frattempo l’imprenditore ha dovuto portare i libri contabili in tribunale.

“Oggi vivo grazie agli aiuti dei miei figli e della Caritas per colpa di Banca Marche“, continua Recchi, che ha annunciato la presentazione di una denuncia alla Guardia di Finanza. Esistono già alcuni precedenti che hanno visto gli istituti bancari soccombere quando si è riuscito a dimostrare che, effettivamente, i clienti erano ignari di ciò che andavano a sottoscrivere. E nel caso Banca Marche – come Banca Etruria, CariFe e CariChieti – sembra sia successo già non poche volte.

Filippo Burla

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