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crisi 2Roma, 21 gen – Nonostante la versione “leggera” scelta per l’investment compact approvato ieri dall’esecutivo, fra gli articoli che compongono il decreto rientra anche la costituzione di una società a sostegno delle imprese industriali in stato di crisi.

Lo strumento scelto è quello, come recita il testo, di una s.p.a. “per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane”. A differenza di quanto fatto con il Fondo strategico italiano, la società potrà anche intervenire “nonostante temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari”, a patto che le imprese oggetto dell’azione pubblica “siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato”.

Il capitale per costituire il veicolo verrà in parte -presumibilmente la maggioranza delle azioni- sottoscritto dallo Stato, con soggetti privati a fare da partner. Per la quota pubblica l’indiziato principale è la Cassa depositi e prestiti, già attivata in tal senso in numerose occasioni, ultima in ordine di tempo l’Ilva.

La società avrà dai sette ai dieci anni per cedere poi le partecipazioni acquisite. L’intervento pubblico si configura dunque come uno strumento di aiuto, pur a termine, per evitare chiusure di aziende, perdita di posti di lavoro e abbandono di realtà industriali strategiche. L’ottica è di medio periodo, ma per esperienza pregressa non è escluso che ciò che è temporaneo diventi in seguito definitivo, anche se è ancora troppo presto per parlare di rinnovato protagonismo dello Stato nell’economia.

Se la struttura dell’operazione dovesse confermare l’impostazione data in partenza e quindi ricalcare la forma privatistica, in qualità di socio lo Stato godrà dei privilegi accordati agli azionisti: anzitutto, la partecipazione agli eventuali utili che dovranno essere distribuiti nella misura di almeno due terzi. Anche qui, un radicale cambio di paradigma rispetto alla discutibile prassi di privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite.

Filippo Burla

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