Roma, 12 gen –  Si torna a parlare dell’Isab di Priolo Gargallo. La compagnia petrolifera russa LuKoil ha annunciato lunedì scorso di aver venduto la raffineria Isab, alla società di private equity cipriota GOI Energy, legata al fondo Argus New Energy Fund.

Si tratta di una mossa che ha smentito le previsioni che davano quasi per certa l’acquisizione da parte del fondo americano Crossbridge. Secondo la Reuters a fare la differenza è stato il prezzo. I ciprioti avrebbero messo sul banco 1,5 miliardi di euro. Gli americani offrivano decisamente di meno. Cerchiamo ora di conoscere meglio gli acquirenti dello stabilimento siciliano.

Isab, chi sono i nuovi proprietari

G.O.I. Energy è una divisione del fondo di private equity Argus New Energy Group, che ha sede a Cipro ma è sostenuto principalmente da investitori israeliani. L’amministratore delegato di GOI è Michael Bobrov, che è anche Ceo della società israeliana di carburanti Green Oil, la quale possiede a sua volta una grossa fetta di Bazan Group, la compagnia che gestisce la più grande raffineria di petrolio di Israele, situata nella baia di Haifa.

Bobrov non ha nascosto il suo entusiasmo: “Siamo profondamente consapevoli dell’importanza di Isab per l’economia italiana, per la Sicilia e per la comunità locale. Crediamo fermamente che Isab abbia un potenziale di sviluppo importante e abbiamo un solido piano aziendale per riuscire a valorizzarlo. In stretta collaborazione con il Governo italiano, siamo ottimisti sul fatto che l’operazione sarà completata con successo”. Su quest’ultimo punto, ovvero l’intesa con l’esecutivo, il rapporto è tutto da costruire. Vediamo perché.

La prudenza del governo

Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, in un’intervista al Corriere della Sera ha messo i puntini sulle i. In pratica, Urso ha detto che: “L’operazione dovrà seguire le usuali procedure inerenti alle normative antitrust e golden power e quindi rispondere appieno ai requisiti in termini di produzione, occupazione e rispetto ambientale. Nello specifico, saranno importanti anche gli impegni richiesti sul piano della riconversione green del sito produttivo e del suo rilancio industriale”.

Insomma, i ciprioti dovranno guadagnarsela la fiducia visto che già il governo si era impegnato nella vicenda mettendo la Isab in amministrazione fiduciaria temporanea. Non è un dettaglio da poco conto visto che gli impegni presi per la decarbonizzazione avevano dei costi elevati. Detto questo, l’intera operazione darà sicuramente maggiori sicurezze alle maestranze della raffineria siracusana. Ma non sono solo le questioni occupazionali a rendere questa acquisizione così strategica.

Un’operazione importante

L’Isab è una delle raffinerie più grandi d’Europa, conta un migliaio di dipendenti, soddisfa il 20 per cento della domanda siciliana di elettricità e vale da sola oltre un quinto della capacità nazionale di raffinazione. Il polo industriale siracusano resta, inoltre, uno dei principali pilastri dell’export dell’Isola. Se consideriamo l’indotto ci sono in ballo più di 8.000 lavoratori.

A questo punto è lecito chiedersi il motivo di questa crisi. Per comprendere cos’è avvenuto possiamo dire che l’Isab è stata colpita di striscio dalla guerra in Ucraina. Le vicende di politica internazionale avevano messo in pericolo questa grande realtà industriale.

La Isab, infatti, pagava troppo caro il prezzo di essere completamente in mano ad un’azienda russa. Non perché fosse sanzionata ma di fatto gli istituti di credito preferivano non impegnarsi con realtà industriali legate a Mosca. In pratica le banche non davano soldi per acquistare petrolio che non fosse russo. Così era arrivata a dipendere da Mosca per oltre il novanta per cento della materia prima.

La situazione rischiava a questo punto di esplodere con l’entrata in vigore (il 5 dicembre scorso) del divieto europeo all’acquisto di greggio russo trasportato via mare. Per sbloccare la situazione senza compromettere la produzione e l’occupazione, le opzioni erano due: nazionalizzare la Isab oppure venderla a un soggetto privato non-russo, in modo da permetterle di tornare a ricevere prestiti dalle istituzioni finanziarie.

Non c’è stato bisogno della nazionalizzazione perché sono arrivati i ciprioti. Questa, comunque, è una faccenda che ci fa riflettere. Una grande realtà industriale italiana era così legata ad un soggetto estero da rischiare la chiusura per motivi che nulla avevano a che fare con la produzione o con la tanto decantata produttività. Quando si parla di mancanza di sovranità ci si riferisce anche a situazioni di questo tipo. Ora dai russi siamo passati ai ciprioti/israeliani, speriamo ne sia valsa la pena.

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. Articolo chiaro. Ma restano molto meno chiari, sempre di più, certi aspetti etici (ah ah ah) relativi agli embarghi, diventati veri e propri azzannamenti delle torte.

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