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lavoro ricerca jobs actRoma, 13 feb – A Maurizio Ferrera, ordinario di scienza politica alla Statale di Milano e firma del Corriere, va riconosciuto un merito. Perché per difendere l’indifendibile, vale a dire il Jobs Act, come ha fatto ieri in un editoriale sul quotidiano di via Solferino, ci vuole fegato. Fin qui il buono, perché sul contenuto del pezzo saremmo autorizzati a stendere un velo pietoso. E invece no, perché la situazione è grave ma non seria anche se Ferrera, dal comodo scranno dietro la cattedra, sembra non essersene accorto.

Il Jobs Act è stata una delle poche vere riforme strutturali degli ultimi anni, ci spiega il professore. Vero, ma il fatto di esserlo – per il solo fatto di aver concluso finalmente una riforma in sé – non implica che questa sia necessariamente buona. Valeva per la riforma costituzionale, perché non dovrebbe valere per l’intervento a firma Renzi – Poletti? Il quale, scrive sempre Ferrera, sarebbe la “via italiana” alla Flexicurity, altrimenti chiamata Flessicurezza. Di cosa si tratta? E’ un modello nato nei paesi nordici che, se da un lato lascia maggiore libertà alle aziende di licenziare, dall’altro rende più forti le misure di sostegno al reddito in caso di perdita del posto di lavoro e di accompagnamento da un impiego all’altro. Due problemi. Anzitutto la genesi: la Flexicurity può forse funzionare in Danimarca o in Novergia, dove i governi devono gestire le situazioni occupazionali di un numero di lavoratori molto più basso rispetto a quello italiano. In secondo luogo il costo, dato che offrire tutele del genere significa disporre a bilancio di somme consistenti: o ti chiami Germania e quindi finanzi lo Stato sociale a scapito delle altre economie dell’eurozona (dalle parti di Berlino la flessicurezza va sotto il nome di riforme Hartz), oppure devi offrire qualcosa di raccogliticcio.

Piuttosto che niente, meglio piuttosto? Senza dubbio, ma le politiche del lavoro non possono essere impostate secondo questa logica. La platea di strumenti in sostegno alla disoccupazione creati in questi anni, dall’Aspi alla Naspi, sono costati miliardi che, una volta a disposizione, avrebbero potuto essere impiegati in modo migliore. Ad esempio per potenziare la decontribuzione sulle assunzioni. Ecco il vero punto dolente, mai colto: non è che le aziende non assumono perché non possono licenziare, non assumono perché il lavoratore costa circa il doppio del suo stipendio netto e perché dopo aver soffocato la domanda interna con l’austerità sono pure calate le prospettive di fatturato. Altro che articolo 18, altro che “incapacità storica di creare posti di lavoro che l’Italia si porta dietro dagli anni Cinquanta”. E non serve dire che anche gli altri paesi europei hanno puntato sulla decontribuzione per tentare di smentire chi dice che i numeri erano drogati: la disoccupazione non è un indice comparativo come potrebbe essere (con tutte le cautele del caso) ad esempio il rapporto debito/Pil, ma un indice assoluto che va parametrato solo e soltanto all’Italia e stop. Fatto sta che, dopo aver magnificato gli effetti del Jobs Act sulla dinamica delle assunzioni, una volta finiti gli incentivi sono terminate anche le prime, riportando la disoccupazione, sia quella globale che quella giovanile, ai livelli pre-riforma.

Tornando al modello Flessicurezza, oltre all’impegno per garantire una continuità reddituale – ma lo ripetiamo: non sarebbero meglio garantirlo tramite un serio contratto di lavoro, anziché facendo abdicare lo Stato al ruolo di catalizzatore per l’obiettivo della piena occupazione? – questo si compone di una serie di strumenti delle cosiddette politiche attive del lavoro. “I servizi per l’impiego sono l’architrave della Flexicurity”, scrive un Ferrera probabilmente poco avvezzo a centri per l’impiego e altre strutture pubbliche o semipubbliche approntate allo scopo. E’ più che probabile che non sappia che si tratta di colabrodo per risolvere le cui falle non servono leggi ma interventi concreti. Non è che “il Jobs Act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile”, non l’ha proprio mai fatto. Basti pensare al fallimento di garanzia giovani, che passa proprio dai centri per l’impiego, o la dichiarazione di ‘immediata disponibilità a lavorare’ per chi richiede un sussidio, ma che quasi mai coincide con una qualsiasi offerta di occupazione o corso professionale se non in casi ormai diventati più unici che rari. Eppure, dopo quasi tre anni dal varo dei primi decreti attuativi della riforma, non sarebbe lecito aspettarsi la sistemazione di questa gamba claudicante del sistema? Ammesso che la si voglia mettere a posto, beninteso: perché forse l’obiettivo del Jobs Act era tutt’altro, Ferrera permettendo.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Ci dicono che non ci sono i soldi per pagare le pensioni ragion per cui in pensione non ci vogliono più mandare. Così, salvo in rari e specifici ambienti, ci troviamo ambienti di lavoro sempre più vecchi mentre i giovani fanno fatica a trovare un impiego. Sfogliando le offerte di lavoro si vedono sempre più aziende (anche in settori non specialistici) chiedere lavoratori con provata esperienza, il che fa sorridere, per così dire, quando le aziende più specializzate cercano neolaureati con esperienza pregressa o figure, cosiddette, “junior” con almeno 3 anni di esperienza. Forse il divario tra istruzione e mondo del lavoro assume sempre più le dimensioni di un baratro, per cui dopo la scuola (che sia superiore o università) e sempre più necessario fare esperienza. Si entra però in un circolo vizioso. Come si fa a fare esperienza se si assumono solo persone con esperienza?
    Il risultato è giovani a casa, perché in tempo di crisi non ci sono soldi per la formazione, mentre i vecchi continuano a lavorare, perché nei medesimi tempi c’è bisogno di gente che sappia già portare a casa il fatturato con il minimo investimento.

    Che schifo!

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