Il Primato Nazionale mensile in edicola

consultaRoma, 5 giu – La Corte Costituzionale si è trovata, negli ultimi mesi, sotto i riflettori come forse mai prima nella sua storia. Il motivo è presto detto, si è trovata investita di alcune questioni di legittimità costituzionale potenzialmente devastanti per i conti pubblici italiani. Alcune sentenze sono già state emesse ed hanno scatenato polemiche più o meno pubbliche per le conseguenze delle decisioni della Consulta. Stiamo parlando anzitutto della sentenza che ha dichiarato incostituzionale la norma che bloccava la rivalutazione delle pensioni di importo più alto, ma anche di quella che ha bocciato l’imposta sulle sigarette elettroniche e, per ultima ma non meno importante, la pronuncia che ha dichiarato illegittimi i dirigenti incaricati dell’Agenzia delle Entrate e che sta provocando un terremoto nella giustizia tributaria con la stragrande maggioranza dei giudici che stanno accogliendo i ricorsi dei contribuenti annullando gli atti impositivi firmati dai dirigenti decaduti.

Adesso, però, la Corte è alle prese con due decisioni altrettanto delicate, quella sull’aggio di riscossione da corrispondere ad Equitalia e quella sul blocco, a partire dal 2009, dei rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici. Una vicenda da 2,5 miliardi di euro la prima e da circa 30 miliardi la seconda. E il governo è passato al contrattacco richiamando la Corte Costituzionale ad un comportamento “responsabile” quasi a voler addossare a quest’ultima la responsabilità di un eventuale deficit non programmato. Ma il governo, attraverso l’Avvocatura dello Stato, è andato ben oltre richiamando nelle proprie memorie difensive il rispetto dell’art. 81, comma 1, della Costituzione che stabilisce che “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. In pratica, secondo il governo, la Consulta nel decidere sul rispetto del dettato costituzionale non dovrebbe solo considerare il rispetto dei principi da parte della norma sub judice, ma addirittura dovrebbe considerare le conseguenze della sua decisione sul pareggio di bilancio quasi come se la Corte Costituzionale fosse un organo di governo e non di tutela del sistema legislativo e giudiziario. Si arriverebbe dunque al punto di ritenere l’art. 81 una norma precettiva per la Corte e non solo per l’esecutivo, Corte che quindi dovrebbe valutare la rispondenza delle leggi alla Costituzione con tanto di calcolatrice in mano decidendo più sulla base di meri principi di contabilità pubblica anziché sui principi esclusivamente giuridici. Insomma, secondo il governo i giudici delle leggi dovrebbero essere sempre meno giudici e sempre più ragionieri generali dello Stato.

Pur non essendo ancora uscita pare che la Corte nella prima sentenza, quella sull’aggio, se la sia cavata praticamente non decidendo. Ossia ha dichiarato l’inammissibilità della questione evitando, in tal modo, di entrare nel merito della questione e scansando il dilemma “diritto – conti pubblici”. Ma sulla seconda questione, quella dei rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, sarà quasi impossibile che possa evitare una decisione nel merito. Ed a quel punto appureremo l’orientamento dei giudici in questa diatriba fondamentale soprattutto a tutela dei diritti dei cittadini italiani.

Walter Parisi

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. Dagli anni ’90 in poi, è andato maturando il concetto in base al quale chi è stato eletto (e fintanto che dura il suo mandato) non deve trovare ostacoli … da parte di nessuno (Ragioneria, Corte dei Conti, Magistratura ordinaria, meno che mai la P.A.). Un esempio? De Luca denuncia il Presidente della Commissione antimafia che ha esposto dei fatti veri! In altre parole chi comanda è fuori dall’Ordinamento, le leggi valgono per gli altri comuni mortali. Ma questo si chiama “Neo Assolutismo”!

Commenta