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Roma, 20 apr – Visto e previsto. Non serviva essere gufi per capire che, una volta esauriti gli incentivi, il Jobs Act avrebbe dispiegato i suoi nulli effetti, trascinando un’altra volta in territorio negativo i dati sui contratti di lavoro. Così è stato a gennaio, così anche a febbraio, forse ben oltre le aspettative.

Il ministero del Lavoro, in una nota, parla di “rallentamento complessivo delle assunzioni nel mese di febbraio 2016”. Un eufemismo per spiegare, secondo i dati diffusi dall’Inps, le quasi 50mila assunzioni in meno, un calo del 12% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. “Il rallentamento – continua la nota – ha coinvolto essenzialmente i contratti a tempo indeterminato: -46mila, pari a -33% sul febbraio 2015 (a gennaio la contrazione era pari a -34%)”. E non poteva che essere altrimenti: la decontribuzione riguardava i contratti a tempo indeterminato, per cui una volta esaurito il bonus fiscale – che aiutava in misura non indifferente a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro – le aziende hanno semplicemente smesso di assumere. “I flussi di rapporti di lavoro nei primi due mesi del 2016 risentono dell’effetto anticipo legato al fatto che dicembre 2015 era l’ultimo mese per usufruire dell’esonero contributivo triennale”, riconoscono dall’Inps. Analogo discorso vale anche per le trasformazioni da altri contratti a contratti stabili: qui la percentuale schizza addirittura al -50%.

I dati dei primi due mesi dell’anno, destinati a confermarsi anche successivamente, pesano come un macigno sul Jobs Act, la misura firmata dal ministro Poletti e fortemente appoggiata dal governo. La riforma del lavoro mirava infatti ad affrontare una crisi di domanda – le imprese non assumono perché banalmente mancano ordini e fatturato – con una riforma dell’offerta – le imprese non assumono perché non possono licenziare – sbagliando di fatto, quasi su tutta la linea, l’obiettivo. D’altra parte, senza prospettive di ripresa, negate implicitamente dallo stesso Padoan non più tardi di ieri, da dove verrà mai la crescita necessaria a sostenere l’occupazione?

Filippo Burla



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