Roma, 5 dic – Più del 6% del Pil a valori di mercato. Oltre il 10% del fatturato totale della manifattura. Un numero di addetti che, tra diretto e indotto, supera il milione di unità. Sono questi i numeri del settore auto in Italia. Sarebbero però forse meglio dire di quel che ne rimane. O ne rimarrà nel prossimo futuro.

Un comparto trainante nei destini delle nazioni. La manifattura quasi “per eccellenza”, fra quelle che ci portarono tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 al quarto posto tra le economie mondiali. Che ne è rimasto? A distanza di neanche tre decenni un panorama tremendo in prospettiva: per quanto (ancora) relativamente forte, il settore auto in Italia sembra costretto ad una lenta agonia. La quale affonda le sue radici proprio in quel periodo di massimo bagliore. Da Maastricht all’euro, l’imperativo è quello di combattere l’inflazione. Come? Aggredendo la domanda interna, vero motore di ogni sviluppo. Oggi, con le novità in salsa verde che si stagliano nell’orizzonte Ue, a profilarsi è la vera e propria “mazzata finale”.

L’auto elettrica suonerà il requiem per il settore auto italiano

Il mercato è in difficoltà da tempo. La stagnazione (ad esser generosi) dei salari picchia duro e poco possono fare politiche estemporanee di incentivi a pioggia: niente più di un pannicello caldo. E così, invece di agire dal lato della domanda, si punta – al solito – da quello dell’offerta. Finanziando generosamente i processi di riconversione sui cui esiti è più che lecito nutrire dubbi. Tanto più che avvengono a nostre spese, sia come Italia che come lavoratori italiani. Fatta eccezione per l’altissima gamma – che non offre chissà quali opportunità occupazionali – dopo la cessione dell’ex Fiat a Psa con la nascita di Stellantis, tolto di mezzo il protagonista (nel bene e nel male) è come se non esistesse più un settore auto tricolore.

Come da parecchi anni a questa parte, anche nel settore auto siamo destinati a diventare un anonimo pezzo della catena di subfornitura per conto terzi. Senza peraltro alcuna garanzia. L’auto elettrica è lì a dimostrarlo: oltre a necessitare di circa un quarto della manodopera, ha bisogno di meno di un quinto dei componenti. Con prezzi di listino, peraltro, inaccessibili ai più. Certo, il sostegno pubblico potrà incentivare gli acquisti. Finendo però per farci pagare, tramite il Recovery Fund (che sono e restano soldi nostri), la ristrutturazione altrui, di Francia e Germania in primis. Un conto che sarà salato: nel Pnrr al capitolo relativo – l’obiettivo è di avere 6 milioni di vetture elettriche in strada entro i prossimi 10 anni – sono assegnati diversi miliardi, che finiranno nelle tasche dei produttori situati tra Parigi e Berlino. Sacrificando tutto il resto: i casi Gianetti e Gkn saranno solo i primi di una lunga e tristissima serie.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Però sembrano tutti diventati assemblatori di vetture (e non solo)…, in questo senso non dovrebbe essere impossibile riprendersi. Manca la volontà, la capacità di orientarsi, di scegliere perché immobilizzati nel micro e nel macro dai sistemi finanziari protetti da arricchiti prepotenti.

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