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Roma, 21 mag – Prima tolgono il lavoro ai giovani e poi, quando erediteranno, li tassano pure. Prima la Fornero, insomma, poi la tassa di successione. Enrico Letta mette così in fila nel giro di pochissimi giorni una serie di priorità: lo ius soli, il Ddl Zan, adesso il prelievo sul patrimonio del caro estinto. Con la scusa, ovviamente, dell’equità tra generazioni. Come se il de cuius non si fosse spaccato la schiena per metterlo da parte.



La tassa di successione di Letta

Nel corso di un’intervista a 7, il settimanale del Corriere della Sera, Letta ne parla come di “una dote” per i giovani. “Per la generazione più in crisi un aiuto concreto per studi, lavoro, casa. Per essere seri va finanziata non a debito (lo ripagherebbero loro) ma chiedendo all’1% più ricco del paese di pagarla con la tassa di successione”, ha chiosato sul proprio profilo Twitter.

Intendiamoci. Il problema dei più giovani in Italia esiste. Ma non è un problema di redistribuzione, quanto di creazione di ricchezza. Un problema di lavoro, insomma. Ci chiediamo dove fosse, quell’Enrico Letta che oggi sponsorizza la tassa di successione, quando Elsa Fornero varava la sua riforma pensionistica. Quella, per parlarci chiaro, che costringendo lontano dall’Inps milioni di lavoratori per svariati anni ha di fatto azzerato il (già programmato, in molti casi) ricambio all’interno delle aziende. Da qui l’esplodere della disoccupazione giovanile, che la Fornero imputava alla schizzinosità – sottinteso: poca voglia di fare – dei nostri ragazzi. Ebbene, l’attuale numero uno del Pd era vicesegretario dello stesso partito. Sedeva in parlamento e votava tutte le fiducie – dalla prima all’ultima – al governo Monti.

Draghi freddo: “Non è il momento di prendere soldi ai cittadini”

Ci ha dovuto pensare Draghi a mettere una pezza. “Vogliamo un Paese per giovani”, ha spiegato il premier, puntualizzando però subito dopo di non averne mai parlato con il leader dem: “Non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli“.

Incalzato dalla polemica – e non ottenendo nemmeno l’appoggio totale del partito che guida – sulla tassa di successione Letta non ha però fatto mezzo passo indietro. Anzi, ha rilanciato: “Con #dote18 (questo il nome scelto, ndr) proponiamo che l’1% degli italiani che eredita patrimoni sopra i 5 milioni di euro finanzi il diritto al futuro di 280.000 ragazze e ragazzi ogni anno. È una proposta del Partito Democratico #perigiovani, è una proposta per l’#equità e per la #giustiziasociale”, scrive sempre su Twitter.

Una patrimoniale inutile: ecco perché

Una sinistra che ritorna alle origini? Nella retorica, forse sì. Nel merito (e nel metodo), tutt’altro. Nel merito perché la soluzione non può essere quella di abbassare i ricchi – o considerati tali – al livello dei poveri, in un inutile conflitto verticale. Tanto più che la sedicente redistribuzione firmata Letta non risolverebbe alcun problema alla radice. Hai voglia, infatti, a parlare di “diritto al futuro” quando, come detto, è il lavoro che manca. Un lavoro stabile, sicuro, ben pagato. L’esatto contrario del modello che il partito del Jobs Act ha pensato per gli anni a venire. Riducendosi così a fantasticare di mancette da dare ai neomaggiorenni. Praticamente il reddito di cittadinanza in salsa emozional-generazionale.

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Nel metodo perché la proposta della tassa di successione è, ad oggi, inattuabile. Per un motivo molto semplice: i (o parte dei) patrimoni di una certa consistenza sono già (o finiranno) al riparo ben lontano dalle mire di chi vorrebbe aggredirli. Nessuna evasione o elusione del fisco, qualcosa di perfettamente lecito: si chiama libera circolazione dei capitali ed è un caposaldo dell’Unione Europea. Chi ha scritto un libro intitolato “Morire per Maastricht” dovrebbe saperlo.

Filippo Burla

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