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Roma, 15 nov – La proposta di Lucas Guttenberg – vicedirettore del Jacques Delors Centre di Berlino – riguardante lo smantellamento del Mes pesa come un macigno negli animi di coloro che speravano di ingabbiare le nazioni dell’Europa meridionale ai voleri dell’Eurogruppo. La riforma del Mes, sul tavolo dei ministri delle Finanze comunitari approssimativamente da un anno, non avrebbe alcun risvolto positivo in un’Europa che, volente o nolente, si è evoluta conseguentemente alla crisi economica attualmente in corso.

L’inutile rivoluzione del Mes

I Paesi membri appartenenti alla fascia meridionale dell’Europa hanno più volte chiarito che non avrebbero considerato come soluzione valida alla ripartenza il Mes, a causa delle temute condizionalità che hanno da sempre contraddistinto il Meccanismo con sede a Lussemburgo, supervisionato dal temibile Eurogruppo e controllato da un manipolo di funzionari tedeschi.

Una delle prime mosse dell’Unione europea in risposta alla crisi economica causata dalla prima ondata di Covid-19 è stata quella di istituire una nuova linea di credito del Mes, cosicché gli Stati membri potessero richiedere prestiti fino al 2% del Pil con tassi di interesse prossimi allo zero. Roberto Gualtieri si è da subito prodigato per chiarire l’attuabilità di un prestito che ci sarebbe costato qualche centinaio di milioni di euro in dieci anni, omettendo appositamente – per non fomentare il senso crescente e giustificato di euroscetticismo – di chiarire la cessione di sovranità che avremmo dovuto scontare in caso di utilizzo del Fondo.

Il piano di controllo dell’Ue

Come ha affermato il lussemburghese Yves Mersch – membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea dal 2012 – la Bce dovrebbe agire in ottemperanza ai provvedimenti economici ideati dall’Eurogruppo –  Sure, Recovery Fund e Mes in primis – al fine di evitare di vanificare i piani di investimento dell’Europa stessa.

In risposta alla crisi economica, infatti, la banca centrale ha istituito un nuovo programma di acquisti Pepp, più flessibile e slegato dal “capital key”, ossia il principio che lega gli acquisti dei titoli di Stato alle quote di partecipazione al capitale dell’Eurotower, permettendo ai Paesi con un alto debito e con una forte crisi economica in corso – come Italia, Spagna e Portogallo – di rilanciare le loro economie senza richiedere i prestiti ideati da Bruxelles. Se la Bce dovesse introdurre, a dicembre, dei cambiamenti sui criteri di acquisto delle obbligazioni sovrane, gli investitori non percepirebbero più quell’aura di sicurezza a cui hanno assistito negli ultimi mesi, finendo col vendere in massa i titoli di Stato italiani, spagnoli e portoghesi, costringendo implicitamente i governi ad accedere ai prestiti di Bruxelles. L’Unione Europea è disposta a tutto pur di non vanificare gli investimenti fatti, utili ad ingabbiare i Paesi membri nel lungo termine.

Giacomo Garuti

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