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Roma, 19 lug – Le drammatiche condizioni dell’economia nel Mezzogiorno non sono certo una novità. Come direbbero a Napoli: le cose vanno sempre malamente. Quest’anno a causa della crisi da coronavirus dobbiamo attenderci un forte calo dell’occupazione: ben 380mila posti di lavoro in meno nelle regioni del Meridione. A fornire queste cifre è l’ultimo studio della Svimez. Un rapporto che ci mostra l’impatto della crisi (la più grave dal dopoguerra ad oggi) sui redditi, sui consumi delle famiglie e sugli investimenti delle imprese.

Una crisi che “unisce” l’Italia

Le stime Svimez indicano una caduta del Pil, nel 2020, dell’8,2% nel Mezzogiorno e del 9,6% nel Centro-Nord (Italia: -9,3%). Le regioni settentrionali hanno pagato a caro prezzo il blocco delle fabbriche e di tante aziende che vendono i loro prodotti all’estero. In quest’area le importazioni pesano per quasi il 30% del Pil rispetto al 10% di quelle meridionali. Ed è probabile che anche il settore turistico (più strutturato rispetto al Sud) subirà un crollo a causa della diminuzione della presenza straniera.

Una nazione con l’acqua alla gola anche a causa del calo del reddito disponibile (-4,1% nel Centro-Nord e -3,3% nel Sud) per effetto, innanzitutto, della forte contrazione attesa nel volume di occupazione. Ovviamente a risentirne sono soprattutto i consumi. È ovvio che un disoccupato non può spendere i soldi che non ha. Evidenzia la Svimez: “L’effetto congiunto del blocco produttivo, della perdita di reddito e di comportamenti di spesa fortemente prudenziali trova riflesso in una contrazione consistente dei consumi delle famiglie: -9,1% al Sud e -10,5 al Centro-Nord. Una contrazione, questa, solo parzialmente controbilanciata dalla spesa dell’operatore pubblico (+1,9% nelle regioni meridionali e +1,3% in quelle centrosettentrionali). All’interno della spesa delle famiglie, in entrambe le macroaree i cali maggiori sono previsti per la spesa in servizi e, di seguito, per quella in beni durevoli”.

Se, però, mettiamo da parte le rilevazioni statistiche ci rendiamo conto che questa crisi ha pesato e peserà su coloro che stavano peggio prima del confinamento. Il Mezzogiorno, infatti, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione, era già in recessione prima che il coronavirus arrivasse in Italia.

La ripresa “dimezzata” del Sud nel 2021

Finita la tempesta (così si spera) e avendo fatto il conto dei danni, bisogna guardare al futuro. Nel 2021 il Pil dovrebbe conoscere un rimbalzo di entità significativamente superiore nel Centro-Nord (5,4%) rispetto al Sud (2,3%). Per i meridionali non è cambiato nulla: si ritroveranno con un comparto industriale incapace di ripartire investimenti. Il mancato coraggio della stragrande maggioranza degli imprenditori del Mezzogiorno avrà come conseguenza un ulteriore crollo dell’occupazione. La Svimez stima che il calo dell’occupazione nel 2020 dovrebbe attestarsi intorno al 3,5% nel Centro-Nord (circa 600mila occupati) ed intorno al 6% nel Mezzogiorno (circa 380mila occupati). Per il Sud si tratterebbe di un impatto che è paragonabile a quello subito nel quinquennio 2009-2013. Senza dimenticare la forte presenza del lavoro nero e del precariato nel Meridione.

Ad aggravare la situazione c’è un altro aspetto che non possiamo sottovalutare: la pandemia ha travolto tutto, non si è limitata ad un determinato settore. La crisi 2008-2009, invece, ha colpito maggiormente le costruzioni e le manifatture lasciando al terziario la possibilità di assorbire una parte della forza lavoro espulsa dal mercato. Per questo la risposta del governo deve essere all’altezza del momento tragico che stiamo vivendo.

La crisi da coronavirus e la risposta del governo

Le misure adottate da Palazzo Chigi sono viste con favore dalla Svimez. Secondo chi ha stilato questo rapporto: “Le misure previste dai Dl “Cura Italia”, “Liquidità”, “Rilancio” hanno contributo a contenere la caduta del Pil”. Inoltre gli stessi studiosi affermano che: “Nel Sud le misure di sostegno al reddito stanno contenendo l’emergenza in questi primi mesi e rimane il rischio di un autunno di tensioni sociali”. C’è da dire che solo pochi condividono le opinioni del centro studi di Via di Porta Pinciana. Quasi tutti gli osservatori concordano sul fatto che il governo italiano finora si è limitato a mettere tante toppe che rischiano di rivelarsi peggio del buco. Certo abbiamo stanziato tanti soldi ma molti (rectius: troppi) non hanno ancora visto un quattrino. Il problema in questa fase non riguarda tanto la quantità degli stanziamenti ma le tempistiche entro le quali questi soldi arriveranno nelle tasche dei cittadini. Non solo ma siamo sicuri che sappiamo già come spendere la liquidità che verrà immessa nel sistema? Forse no.

Ed è proprio questo il problema, soprattutto al Sud. Nel Mezzogiorno i più “coraggiosi” scappano al Nord o all’estero. Chi rimane, in genere, preferisce non rischiare. Mussolini questo lo aveva capito bene, ecco perché disse: “I vecchi governi hanno inventato, allo scopo di non risolverla mai, la questione meridionale. Non esistono questioni settentrionali o meridionali. Esistono questioni nazionali”. Il Mezzogiorno ha bisogno di politiche economiche organiche non di provvedimenti clientelari. Il Duce per questo nel 1940 aveva approvato una serie di provvedimenti che avrebbero cambiato il volto delle regioni del Sud. Ad esempio con la legge 2 gennaio 1940, n. 1, intitolata “Colonizzazione del latifondo siciliano”, veniva istituito l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, posto alle dipendenze del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Il tentativo di riforma rimase lettera morta. Nel 1942/43 i meridionali, alla ricerca di un nuovo padrone, si prostravano davanti agli americani per avere un po’ di cioccolata o un pacchetto di sigarette. Chi ha preferito vivere in ginocchio non può lamentarsi se oggi gli restano solo le briciole.

Salvatore Recupero

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