La forza economica dell’Italia rappresenta anche la sua più grande debolezza. Un controsenso? No: è la situazione in cui ci troviamo dopo oltre dieci anni di politiche improntate alla cosiddetta «austerità», tanto necessarie per tenerci all’interno della moneta unica e riequilibrare su livelli (quasi) mai visti i rapporti con l’estero quanto – allo stesso tempo – distruttive per il tessuto imprenditoriale nazionale e per i nostri patrimoni.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di luglio 2022

Succedono due cose quando si fissa il cambio, certo non verso l’intero globo terracqueo (l’euro fluttua liberamente nei confronti di yen, dollaro etc.), ma verso quelle nazioni che, incidentalmente, sono anche i tuoi maggiori partner commerciali. Nel momento in cui il cambio è sopravvalutato, diventa più conveniente comprare all’estero che produrre «in casa». Il perché è facile da capire: quando l’euro si apprezza nei confronti, ad esempio, del dollaro, i beni realizzati negli Stati Uniti risultano più convenienti (comprarli costa relativamente meno), ed è quindi naturale che una quota maggiore di acquisti si dirigerà oltreatlantico, a scapito dei prodotti europei. Ciò porta, come naturale conseguenza, all’apprezzamento del biglietto verde, con successivo riequilibrio della dinamica. Cosa impossibile per gli aderenti all’eurozona che, nonostante fondamentali economiche mai convergenti, adottano la stessa moneta: la quale ha, per definizione, valore unico.

I mirabolanti effetti dell’austerità

Le conseguenze sono facilmente immaginabili. Prendiamo ad esempio la produzione industriale, praticamente ferma dal 2000 e successivamente tracollata (al 2019) sui livelli di fine anni Ottanta. Meglio non è andata alla bilancia commerciale e a quella dei pagamenti, anch’esse in costante flessione da inizio millennio, sempre dal momento in cui decidiamo di fissare il cambio: una marcia continua verso il basso che cambia di segno solo a partire dal 2011. Vale a dire in coincidenza con le politiche adottate dal governo Monti e poi perseguite – seppur con diversi gradi di intensità – da chi gli è succeduto a Palazzo Chigi.

La messa a punto è avvenuta a colpi di svalutazione interna: salari fermi, tagli allo Stato sociale e tutto l’armamentario dell’austerità hanno raggiunto perfettamente lo scopo di impoverire gli italiani per ridurre le importazioni – detta in maniera grezza: con meno soldi in tasca, anche gli acquisti che facciamo su mercati forestieri (pensiamo all’elettronica, ma non solo) tendono giocoforza a ridursi – e migliorare così il saldo rispetto a oltreconfine. Stesso identico discorso, sia pur con circa tre anni di ritardo, per quanto riguarda la…

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1 commento

  1. Peccato che dopo i “venduti ai foresti” in patria, anche i foresti all’ estero vogliano il prodotto italiano modificato ad hoc…
    Quindi, alla lunga, ci distruggeranno il ns. residuo know-how!

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