Roma, 16 lug — La crisi di governo, a due giorni dalle dimissioni di Mario Draghi, respinte dal Presidente della Repubblica in attesa della parlamentarizzazione della crisi stessa, non sembra assumere contorni ancora ben delineati. L’appuntamento è per mercoledì alla Camera, quando il Presidente del Consiglio uscente fornirà comunicazioni.

E qui iniziano ad aprirsi gli scenari possibili: un voto di fiducia, all’esito delle comunicazioni e sulla base di queste, oppure il Presidente del Consiglio potrebbe salire nuovamente al Quirinale, senza attendere alcun voto, per confermare la sua volontà di lasciare. Chiunque abbia avuto modo di colloquiare con Draghi in questi giorni, descrive la sua posizione sulle dimissioni come inamovibile. E come tale è emersa anche durante il colloquio con Mattarella. In questo scenario, non sembra essere di aiuto il pressing dei partiti, a partire dal Pd, o la surreale, altamente ondivaga posizione del M5S che dopo aver prodotto la crisi non ha mai assunto una posizione definita in tema: niente dimissioni o ritiro dei propri ministri, nessuna parola chiara in un senso o nell’altro. In questo contesto, con un rapporto fiduciario tra premier e partiti di maggioranza decisamente logoro e consunto, le quotazioni per un eventuale Draghi-bis appaiono decisamente scarse.

Caos M5S

Sul fronte Cinquestelle, continuano le oscillazioni e la confusione. Questa mattina il consiglio nazionale del M5S, originariamente previsto per ieri sera, torna a riunirsi: c’è da dire che fino ad oggi, sin dall’apertura della crisi, i pentastellati si sono riuniti molte volte ma non sembra che ciò abbia prodotto una posizione chiara o una strategia condivisa per governare la crisi. Già lo slittamento a stamattina, sottolineano fonti ben informate, è indice di una tendenziale balcanizzazione interna al movimento guidato da Giuseppe Conte. Infatti ieri sera, quando il consiglio era inizialmente programmato, sarebbero stati molti gli indisponibili a prendervi parte, a partire dal ministro Patuanelli. Ad ora l’unica linea maturata tra Conte e i tre ministri grillini — Patuanelli, D’Incà e Dadone — sarebbe la conferma di votare la fiducia laddove Draghi alla Camera, mercoledì, dovesse chiedere un voto. In questo caso, ragionano i pentastellati, la fiducia potrebbe essere votata in quanto del tutto slegata dalla norma sull’inceneritore di Roma, contenuta nel dl aiuti.

Pd in pressing su 5stelle

Sul fronte PD, la preoccupazione è enorme: e sembra più legata al futuro dell’alleanza col M5S e alla possibilità che il voto regalerebbe il Paese al centrodestra che non alla stabilità dell’esecutivo. Il pressing, attraverso ogni canale, del Partito democratico sugli alleati pentastellati in queste ore si sta intensificando. Naturalmente, nelle dichiarazioni pubbliche il Pd mostra preoccupazione per un eventuale lo stop all’agenda di governo del Pnrr, delle riforme e degli interventi per la crisi sociale ed economica. «Così si butta tutto alle ortiche», dicono dalle parti del Nazareno, ben sapendo che da mercoledì però potrebbe non esserci più un governo.

Centrodestra diviso

Diversità di accenti per quanto riguarda il centrodestra. L’ala interna al governo, Forza Italia e Lega, ha espresso una posizione comune: per andare avanti, il governo dovrà troncare con il M5S contiano, ritenuto del tutto inaffidabile dopo l’apertura di una crisi del genere. Berlusconi è attualmente in Sardegna e dall’isola segue la evoluzione della crisi, rimanendo in strettissimo contatto con il numero due di Forza Italia, Antonio Tajani, e con la senatrice Licia Ronzulli, responsabile nazionale del partito per i rapporti con gli alleati.

Berlusconi ha sentito Matteo Salvini e Lorenzo Cesa per maturare una posizione comune e per ribadire la necessità che in un momento come questo la coalizione si presenti unita. Lo schieramento di centrodestra non esclude il voto e la cosa non sembra spaventare né Berlusconi né Salvini, tanto più che i sondaggi sembrano confortare e premiare i partiti di destra. D’altronde, è il ragionamento unitario del centrodestra emerso in queste ore, un qualunque altro governo, Draghi-bis o guidato da altra figura di alto spessore istituzionale, dovrebbe prescindere necessariamente dai grillini.

Per Meloni è ora delle elezioni

Netta invece sulla necessità delle urne è Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, alla domanda su come possa finire la crisi di governo, risponde «fare delle previsioni si rischia sempre di fare figuracce, ma a naso, dubito che la crisi rientrerà». La Meloni poi prosegue rimarcando come «francamente non mi pare che siano molti margini’», e affermando che sarebbe senza dubbio «scandaloso un quarto governo di fila calato dall’alto… la troverei una scelta di gravissima irresponsabilità…’». ‘«Avevo pronto il cartello con ‘voto subito’ sin dall’inizio della legislatura… Temo che la storia ci abbia dato ragione…», conclude poi.

Cristina Gauri

La tua mail per essere sempre aggiornato

2 Commenti

Commenta