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coopsetteReggio nell’Emilia, 20 lug – Oltre 300 milioni di euro di fatturato, più di 750 dipendenti, una presenza importante nel settore delle infrastrutture, dall’immobiliare “classico” alle concessioni autostradali fino alle costruzioni ferroviarie, almeno prima dell’avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa avviata lo scorso ottobre a causa di insormontabili difficoltà economiche. Ed una radicata presenza di imprenditori legati alla ‘ndrangheta calabrese. E’ questo il profilo di Coopsette, colosso della cooperazione emiliana con sede a Castelnovo Sotto, meno di venti km da Reggio, cuore del cooperativismo lungo la via Emilia, per quel che emerge dall’inchiesta “Alchemia” condotta dalla procura distrettuale antimafia di un’altra Reggio, quella di Calabria.

L’inchiesta ha permesso di individuare, si legge nelle carte, “soggetti affiliati e contigui alla ‘ndrangheta delle cosche reggine Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro“, accertando anche “il grande interesse degli appartenenti alle citate consorterie della ‘ndrangheta per diversi settori strategici, quali il movimento terra e l’edilizia”. Settori, questi ultimi, nei quali Coopsette vanga una lunga ‘tradizione’, non sempre coronata da correttezza e trasparenza. Fra tutte, valgano le vicende della realizzazione del passante Tav a Firenze, con venti dirigenti della coop imputati nel processo che inizierà a breve. A questo giro, nel mirino degli inquirenti sono finiti i lavori per il terzo valico dei Giovi e quelli sul porto di Genova: i magistrati calabresi parlano di “Un consolidato giro di mazzette”, con tangenti che transitavano abitualmente sui tavoli degli impiegati Coopsette, indistintamente per assegnare i subappalti ad uno o all’altro imprenditore, ma specialmente agli affiliati ai clan della Sila e dintorni, che peraltro nella zona di Reggio Emilia hanno fatto base logistica da almeno trent’anni. La cosa che sorprende è che i lavori assegnati alla cooperativa non erano nemmeno cominciati, trovandosi la stessa in stato di fermo, ma le mani della ‘ndrangheta erano già arrivate sulla vasta platea di subappalti che ruotano attorno alle grandi opere.

L’architettura del sodalizio criminale ruoterebbe attorno ad Antonino Raso, originario della Calabria ma residente da tempo a Genova, aveva “il compito di assicurarsi l’aggiudicazione di appalti pubblici dalla ditta Coopsette in favore delle ditte dei sodali Orlando Sofio e Carmelo Gullace, fittiziamente intestate a terzi in relazione ai lavori di costruzione del silos vinaio nel porto di Genova e in relazione ai lavori di coloritura, intonacatura e fornitura dei basamenti di cemento per il cantiere di Genova Bolzaneto, anche ricorrendo a fenomeni corruttivi di dipendenti dell ‘azienda committente e di turva di asta, presentando al committente dei preventivi di comodo”, scrivo gli inquirenti. “L’impresa Coopsette – continuano i pm – era un’azienda in crisi economica, dal momento che nel febbraio 2012 ha presentato al Tribunale di Reggio Emilia un concordato preventivo per il risanamento della società teso a ripianare il deficit economico che ha determinato una forte situazione debitoria. Nonostante tutto, i dipendenti dell’azienda prendevano accordi con Raso, e per suo tramile, anche con altri imprenditori, per consentire loro l’aggiudicazione di commesse, non solo a prezzi sconvenienti per l’azienda, ma anche ritraendo un vantaggio economico personale consistito nella riscossione di una tangente per pilotare la gara».

Filippo Burla

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