Roma, 6 mar – L’Italia potrebbe essere la prima nazione del G7 a sostenere ufficialmente la Belt and Road Iniziative, ovvero la “nuova Via della Seta”. Il governo italiano batte così il primo colpo in politica estera ma fa infuriare Usa e Ue. Di per sé, sarebbero due ottime notizie. Da una parte torniamo ad affermare una seppur minima volontà di sovranità (parlare di potenza sarebbe eccessivo), dall’altra rompiamo un triste ruolo da comprimari che ci eravamo ritagliati negli ultimi decenni. Eppure, insegna l’adagio, non è tutto oro ciò che luccica. Come sottolineato dal Financial Times, il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, vorrebbe formalizzare l’intesa con la Cina già a fine marzo, in occasione della visita del presidente Xi Jinping in Italia. Una mossa che non sembra affatto piaciuta né a Washington né a Bruxelles.

Un portavoce della Commissione Ue è stato a riguardo piuttosto esplicito: “Né la Ue né alcuno Stato membro può ottenere efficacemente i suoi obiettivi con la Cina senza piena unità. Tutti gli Stati membri individualmente, e nell’ambito della cooperazione sub regionale come il formato 16+1, hanno la responsabilità di assicurare coerenza con le leggi e le politiche Ue e di rispettare l’unità dell’Ue nell’attuare tali politiche”.

Antonio Tajani, presidente del Parlamento Ue, è stato ancora più drastico, cogliendo l’ennesima occasione per attaccare il governo italiano: “Si dovrebbe essere, almeno così dice il governo, ‘sovranisti’, ma si finisce per essere sempre più succubi delle scelte di altre potenze internazionali, dalla Cina alla Russia, senza tutelare l’interesse nazionale”. In questo caso si potrebbe dire che Tajani non ha tutti i torti, non fosse che l’alternativa sin qui proposta dall’Ue e dai precedenti governi di casa nostra, è stata altrettanto supina nei confronti di altre potenze. Si può scegliere insomma se essere dipendenti da Washington o da Pechino, ma con tutta evidenza cambiando l’ordine di coloro che ci dettano ordini non otteniamo un risultato diverso.

Secondo il sottosegretario allo Sviluppo economico però, le cose starebbero diversamente: “Vogliamo assicurarci che i prodotti Made in Italy – ha detto Geraci – possano avere maggior successo in termini di volumi di export in Cina, che è il mercato in maggior  crescita a livello mondiale”. Geraci ha poi spiegato di non aver ricevuto alcuna “comunicazione dall’ambasciata” americana, di conseguenza non risulta al momento “alcuna irritazione degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia”. In ogni caso, la critica Ue sembra piuttosto parziale e suona un po’ così: l’accordo si farà ma solo quando lo decideremo noi, l’Italia semplicemente non deve fare accordi bilaterali prima di quel giorno.

Che cos’è la “nuova Via della Seta”

La Belt and Road Iniziative è un programma strategico promosso dalla Cina, che apparentemente vorrebbe soltanto migliorare i collegamenti e le comunicazioni tra gli Stati dell’Eurasia. Una nuova strada dunque, che attraversa tutta l’Asia Centrale e arriva fino alla Spagna. Questo per quanto riguarda la via cosiddetta terrestre. L’altra, quella marittima, costeggia invece tutta l’Asia Orientale e Meridionale, puntando poi al Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez.

L’Italia sarebbe direttamente coinvolta in questa iniziativa e offrirebbe l’ultimo porto del Mediterraneo prima del transito delle merci verso il Nord Europa. L’ex primo ministro Paolo Gentiloni, a tal proposito, durante l’OBOR summit svoltosi a Pechino nel 2017, ha proposto i porti di Venezia, Trieste e Genova. Non è dunque una novità che l’Italia sta trattando con la Cina il modo, speriamo migliore, per aderire a questo ambizioso progetto. La nuova vita sella seta coinvolge comunque 68 nazioni, e prevede finanziamenti che potrebbero superare di 12 volte quelli del celebre Piano Marshall. Sarebbe dunque il più grande progetto di investimento internazionale della storia.

Inutile dire però che si tratta di uno strumento di soft power che, stando alla sinora eccellente capacità di intervento di Pechino, garantirebbe innanzi tutto alla Cina un espansionismo massiccio. Una lunga marcia commerciale che dopo la conquista dell’Africa vedrebbe un lento insinuarsi della coda del dragone nei gangli del sistema economico europeo. Un piano che stravolgerebbe di netto l’unilateralismo americano. Quanto da tutto questo l’Italia potrebbe trarre vantaggio è arduo dirlo, molto sta nella capacità di export, a fronte dei prodotti importati dalla Cina, che saremo in grado di attuare. La bilancia, stando alla prospettiva attuale, non sembra pendere a favore dell’Italia.

Eugenio Palazzini

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