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Roma, 15 mar –  Nel 2017 la Banca Mondiale ha emesso i pandemic bond per un totale di 320 milioni di dollari. Si tratta di obbligazioni che pagano alte cedole, ma se poi scatta la pandemia si rischia tutto o parte del rimborso. Per questo la dichiarazione ufficiale dell’Organizzazione mondiale della sanità di pandemia da coronavirus riguarda anche la finanza. Chi, infatti, acquista un’obbligazione compra parte del debito di una società (o di uno Stato) rappresentato da un titolo, e ne diventa soltanto creditore. In teoria dunque, a meno di un default (cioè di un fallimento) della società o dello Stato in questione, il creditore deve riavere a una scadenza prefissata il capitale sottoscritto più gli interessi previsti dal contratto. In questo caso, però, i creditori potrebbero perdere tutto. Vediamo perché.

Il funzionamento dei pandemic bond

Tra il 2014 e il 2016, quando Ebola provocò oltre 11mila vittime in Africa, la Banca mondiale ideò un nuovo e particolare meccanismo. Nel 2017 furono emessi due bond per un totale di 320 milioni di dollari con scadenza 15 luglio 2020. In pratica, stiamo parlando di obbligazioni finalizzate a fornire alla World Bank la liquidità necessaria per aiutare i Paesi in via di sviluppo. Nel dettaglio, come rilevato anche da un recente report di Dbrs Morningstar, i 320 milioni di titoli sono divisi in due tranche: la Classe A, di 225 milioni, che paga una cedola del 7% e per cui le perdite per i sottoscrittori hanno un tetto massimo al 16,67% (vale a dire 37,5 milioni), e la Classe B, di 95 milioni, con una cedola dell’11% e il rischio di perdita totale del capitale. Se, come sembra, la pandemia di coronavirus farà scattare il pagamento dei bond, le perdite complessive per i sottoscrittori saranno quindi pari a 132,5 milioni, anche se l’ammontare effettivamente a disposizione salirà a 195,8 milioni grazie a meccanismi di riassicurazione.

Il fiume di dollari che arriverà dagli obbligazionisti servirà a finanziare il Pandemic Emergency Financing Facility. Il Pef, difatti, è un fondo che fornisce aiuti alle nazioni colpite da pandemie. I soldi vengono raccolti in due modi: tramite un metodo assicurativo, legato ai bond di cui stiamo parlando, o “per cassa” e cioè tramite i contributi di Paesi ricchi e organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

Le clausole “capestro”: il caso del Congo

Nel recente passato gli investitori non hanno perso neanche un centesimo. Vediamo perché. In primis, è necessario attestare si tratti di pandemia, ossia un’epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territori e continenti. Essa può dirsi realizzata soltanto in presenza di queste tre condizioni: un organismo altamente virulento, mancanza di immunizzazione specifica nell’uomo e possibilità di trasmissione da uomo a uomo. Tutto ciò può tuttavia non bastare a fare scattare i rimborsi.

Federico Giuliani di Insideover ci ricorda il caso del Congo: “Nel 2018 Ebola ha causato oltre 2mila vittime nella Repubblica Democratica del Congo ma, dal momento che non ci sono state almeno altre 20 vittime in un secondo Paese, i pandemic bond non hanno scucito un solo quattrino”. Attenzione: stiamo parlando di operazioni che avvengono alla luce del sole. Nessun complotto. I Pandemic bond fanno parte di un segmento più ampio di obbligazioni – i Catastrophe bond – che nel mondo valgono circa 37 miliardi di dollari. Il meccanismo è analogo: gli investitori percepiscono una cedola molto alta, ma se poi si verifica l’evento coperto dal Cat-bond, come è chiamato in gergo, si perde tutta o parte della somma investita.

L’hedge fund che ha scommesso sul “crollo delle borse”

Il rapporto tra sciagure e grande finanza non si limita all’uso dei pandemic bond. Ad esempio Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, si è messo sulla difensiva sottoscrivendo contratti di assicurazione (put options) con l’obiettivo di proteggere il suo patrimonio (circa 150 miliardi di dollari in azioni e investimenti finanziari). Le put options consentono di vendere titoli a un prezzo prefissato ed entro una data certa. In sostanza se un gestore prevede l’arrivo di un ciclo negativo, può tutelarsi siglando accordi di vendita dei titoli prima che cadano le quotazioni. La decisione è stata presa dal fondatore del fondo Ray Dalio, il quale spiega che tale operazione “non nasce dalla sfiducia, ma è parte di una particolare strategia di gestione al servizio dei suoi clienti”. La scelta di Dalio potrebbe far sorgere inquietanti interrogativi sulla nascita e diffusione del coronavirus. In realtà la scelta del magnate americano, probabilmente, è stata dettata da motivazioni che nulla hanno a che fare con l’epidemia.

Da almeno due anni molti analisti sostengono che la maggior parte dei prezzi delle azioni siano sovrastimati e dopati da anni di bassi tassi di interesse e di Quantitative Easing. Quindi in molti si aspettavano il tonfo delle Borse. Sicuramente il Covid-19 ha contributo a danneggiare l’economia mondiale. Qualche big della finanza sta traendo beneficio da queste moderna pestilenza ma non possiamo considerarlo l’untore del terzo millennio. Sin dal 2017 si sapeva che il coronavirus fosse un’evenienza assai probabile, e per la quale occorreva predisporre piani di emergenza. Purtroppo nessun politico ha predisposto strumenti adeguati per fronteggiare la pandemia. Il vuoto pneumatico lasciato da chi è stato eletto per governarci è stato riempito dai burocrati del mondialismo. I danni per la nostra economia sono al momento elevatissimi. È necessaria l’immissione di tanta liquidità per favorire la ripresa.

Alla luce di quanto detto, il complottismo è un lusso che non possiamo permetterci anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’alibi degli ignavi. L’impegno politico diventa inutile se c’è un governo mondiale che decide per tutti quanti noi. Per questo è meglio stare a casa sul divano.

Salvatore Recupero

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